lunedì 14 novembre 2016

The man who cried


The man who cried (L'uomo che pianse, 2000) Scritto e diretto da Sally Potter. Fotografia: Sacha Vierny. Musica: Georges Bizet, Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Henry Purcell, musica tradizionale zigana. Musiche originali di Osvaldo Golijov. Con Christina Ricci, Johnny Depp, Cate Blanchett, Harry Dean Stanton, John Turturro, Claudia Lander-Duke, Katia e Marielle Labèque Durata 100 minuti

Siamo a Parigi: Johnny Depp è un fascinoso zingaro sul cavallo bianco, bello e silenzioso; Cate Blanchett è un’intraprendente ballerina russa, Christina Ricci è una ragazza adottata che cerca il padre in America, Harry Dean Stanton è un impresario teatrale, John Turturro è un tenore italiano, la storia è bella e romantica, ci sono alcune fra le scene di teatro fra le più belle mai viste al cinema, - eppure questo film non se lo ricorda nessuno. Come mai?
“L’uomo che pianse” è un film recente ma la storia è di quelle di una volta, quando non c’erano i pubblicitari a dettare i tempi; ed è bello vedere all’opera una mano decisamente femminile, quella di Sally Potter: che scrive e dirige il film, e dimostra di avere mano sicura. Racconta di una fuga dalla Russia, dei nazisti e dei pogrom, di una foto miracolosamente conservata tra le mani di una bambina, di un papà emigrato in America che cantava una melodia bellissima.

La bambina arriva in Inghilterra e viene adottata, a scuola le danno della zingara ma lei non sa chi sono gli zingari; quando ne arrivano in paese corre a vederli e le sorge spontaneo un canto in yiddish, lo stesso che cantava suo padre (in realtà, è Bizet: l’aria di Nadir da “I pescatori di perle”).Il maestro di canto ascolta la sua voce e la prende come allieva, le insegna che deve adattarsi se vuole sopravvivere, e lei lo fa.
Da grande, la vediamo mentra canta Henry Purcell, la commovente aria della morte di Didone dall’opera “Dido and Aeneas”:
When I am laid,
when I am laid in earth,
may my wrongs create
no trouble in my breast:
remember me, but, ah,
forget my fate...
Christina Ricci canta con la sua vera voce: si impegna molto e il risultato non è dei peggiori, ma la vera magia di questa musica è meglio cercarla altrove (magari la registrazione di Jessye Norman, diretta da Raymond Leppard). (“...quando giacerò nella terra, spero che i miei torti non creino tormento dentro al mio petto: ricordati di me, ma dimenticati del mio destino...”)


Poi saluta i genitori, va a Parigi, entra in un giro un po’ equivoco tipo Folies Bergeres, ma lei è piccola e timida, diversa dalle altre ragazze. Fa la corista all’Opera, ed è in questo ambiente che conosce Lola la russa (Cate Blanchett) e Johnny Depp nelle vesti di Cesare, lo zingaro sul cavallo bianco.
Nelle epoche precendenti a queste, gli zingari erano famosi come ammaestratori di cavalli: è per questa sua bravura che Cesare-Depp arriva anche sul palcoscenico. Da qui in avanti lo vedremo spesso, ma sempre silenzioso, dedito al suo cavallo, in abiti di scena, accanto a tenori e coristi.


Susan quasi scompare a fianco dell’amica russa, molto più bella e vistosa e anche molto più disinvolta; ma la loro amicizia è sincera e le due vanno molto d’accordo. Lavorano insieme come coriste e comparse nel teatro d’Opera diretto dall’impresario Perlman (un Harry Dean Stanton quasi irriconoscibile per chi se lo ricorda in “Paris Texas”), che ha appena scritturato un famoso tenore italiano dalla voce molto bella (John Turturro, doppiato da Salvatore Licitra).
Il tenore, stupido e molto pieno di sè, inizia una relazione con la russa; che si adatta, le piace la bella vita e pensa a Hollywood: sa per esperienza diretta che la bellezza è un ottimo passaporto. Susan è attratta dal misterioso zingaro, scritturato da Perlman per portare sul palcoscenico (quando servono) cavalli e altri animali. Anche lei piace allo zingaro, che però è molto silenzioso e riservato.


Nella storia personale dei nostri attori irrompe la Storia con le sue tragedie: la Francia è ormai sotto l’occupazione nazista; e Susan ha appena scoperto, chiacchierando con la portinaia, di essere ebrea: alla donna è scappata una frase in yiddish, e lei l’ha capita ma senza sapere perchè. “Ecco perchè eri così diversa dalle altre inglesi...” sorride la portinaia, e la invita in casa sua.
Sul retro della foto di suo padre, conservata miracolosamente in mezzo a tante traversie, c’è un nome: Abramovich. Anche il tenore, curioso e ficcanaso oltre che stupido, la trova e ci almanacca sopra: la piccola e graziosa Susan (che lo ha sempre respinto) è dunque ebrea...


Ma intanto prosegue la storia d’amore tra Susan e Cesare. Una notte Susan vede Cesare a cavallo con due amici, lo segue (in bicicletta) e riesce a trovare l’accampamento degli zingari, dove viene accolta festosamente. Cesare ha un bambino in braccio, la ragazza si preoccupa un po’.
- E’ tuo figlio?
- Tutti i bambini qui sono miei, e tutti i vecchi sono miei genitori. Siamo una famiglia sola, tutti insieme.
Seguono canti zingari, e danze: il bel tenebroso non sa ballare, la ragazza sì; e lui lascia che lei danzi con un amico, ma la sorveglia. Cesare è molto gentile e rispettoso, e questi sono zingari romantici, come nel Trovatore e nei film di Kusturica. Susan, invitata a cantare, tira fuori l’aria dalla Didone di Purcell, l’unica che le viene in mente:
When I am laid,
when I am laid in earth...
I musicisti zigani non se l’aspettavano proprio, ma ascoltano in silenzio; trovano un punto di incontro e subito si improvvisa, mischiando le due musiche. Cesare accompagna a casa la ragazza, prova a baciarla ma lei esita; lui si ferma, fa un inchino accennato, rimonta a cavallo e se ne va; ma prima il cavallo bianco esegue un piccolo passo di danza in onore di Susan.
 

Una sera, Susan trova la portinaia disperata: i nazisti hanno invaso la Polonia, non arriveranno per caso anche qui? Sullo storico interrogativo “Morire per Danzica?” (le coriste e le ballerine non sanno nemmeno dov’è Danzica: “Sul Baltico”, spiega Lola, con voce profonda e pensosa) il film ha la prima vera svolta verso il dramma. Siamo sul palcoscenico, dove si sta provando la Tosca. E vediamo Castel Sant’Angelo, con il tenore che canta “E lucevan le stelle”; ma proprio alla fine dell’aria il cavallo voluto in scena da Perlman si ricorda della sua natura equina e lascia un ricordo in scena. Lo zingaro Cesare, con in testa una feluca napoleonica (l’opera di Puccini è ambientata in quel periodo), sorride senza darlo a vedere, ma il tenore è molto offeso. “Il cavallo non stava commentando la sua esibizione”, spiega Perlman; ma Dante quel cavallo in scena non l’ha mai sopportato, se la prende con gli zingari e soprattutto con Cesare, lì presente. E Cesare tace, come sempre: raccoglie il commento del cavallo dalle tavole del palcoscenico e ascolta gli insulti guardando negli occhi il tenore, ma con espressione neutra. E’ Susan che difende Depp, e il tenore (gelosissimo di questa ragazzina che gli si nega) finalmente tace. Ma, più tardi, Cesare rimprovererà la ragazza: non ha bisogno di aiuto, e poi lei, sia pure per difenderlo, ha ripreso gli argomenti razzisti del tenore. Susan ne è colpita:
- Non sono una di loro.
- E allora chi sei?

Finalmente vediamo “I pescatori di perle” anche in teatro: l’aria del tenore, “Mi par d’udire ancora” (Je crois d’entendre encore” nell’originale) l’avevamo ascoltata per tutto il film, fin dall’inizio. La cantava in yiddish il padre di Susan (che la chiamava Fòghele, uccellino), poi l’abbiamo ascoltata al pianoforte (con le sorelle Labèque!) e adesso la vediamo nel suo ambito naturale, sulla scena, con John Turturro vestito da fakiro, al chiaro di luna. (In realtà il Nadir di Bizet non è un fakiro, ma Turturro vestito in quel modo evoca in modo irresistibile l’idea). Il testo è questo:
Je crois entendre encore,
Caché sous les palmiers,
Sa voix tendre et sonore
Comme un chant de ramier!
O nuit enchanteresse!
Divin ravissement!
O souvenir charmant!
Folle ivresse! doux rêve!
Aux clartés des étoiles,
Je crois encore la voir,
Entr'ouvrir ses longs voiles
Aux vents tièdes du soir!
Mi par d’udire ancora, ascosa in mezzo ai fior, la voce sua talora, sospirare l’amor!
O notte di carezze, gioir che non ha fin, o sovvenir divin! Folli ebbrezze del sogno, sogno d’amor!
Intanto, in platea, Cate Banchett sogna Hollywood e Busby Berkeley; e dietro le quinte vediamo continuare l’amore tra Cesare e Susan, non più ostacolato dal rispetto e dalle timidezze.
Ormai i nazisti sono a Parigi, c’è una retata di zingari, e la pira del Trovatore (musica di Giuseppe Verdi) fa da controcanto al rogo dei libri sulla pubblica piazza. Il Trovatore lo avevamo già visto all’inizio, ma qui a Susan tocca fare il coro da sola, perché sono andati via tutti, chi di sua volontà chi portato via a forza. Non c’è più nemmeno il pubblico, l’impresario Perlman chiude e saluta.


Ritroviamo il tenore mentre canta “Torna a Surriento”, accompagnato al piano da un ufficiale nazista (“ha lavorato con la compagnia di Perlman”, si sussurra in giro: e Perlman è cognome ebraico). Ma sappiamo già da tempo quali sono le simpatie del tenore (che per intero si chiama Dante Dominio), che con i nazisti si trova molto a suo agio.
Alla fine di questa scena, Dante ricatta Susan (“so il tuo segreto”) e le rinfaccia l’amicizia con gli zingari.
- Finalmente hai trovato il tuo posto, in mezzo agli animali.
- E tu hai trovato il tuo. – dice Susan indicando gli ufficiali nazisti che assistono da lontano alla scena.
E qui Dante tradisce Susan, rivelando ai nazisti che la ragazza non è altro che una piccola ebrea; ma lo fa davanti alla russa sua amante. Lola si procura seduta stante due biglietti per l’America, uno per lei e uno per Susan.
Susan non vorrebbe partire, ma è lo zingaro che le dice di farlo. “Torna da tuo padre, - le dice - io devo aiutare la mia gente. Una ragazza che non sta con suo marito deve stare con suo padre.” Passano l’ultima notte insieme, e quando lei se ne va, alla mattina, Cesare finge di dormire. Rimasto solo, lo vediamo piangere.


Susan e la Russa partono, finalmente verso l’America; durante una festa sulla nave vediamo Susan cantare in inglese una canzone. Dal database di Imdb apprendo che è “Gloomy Sunday”, scritta nel 1933 da autori ungheresi.
Il finale è drammatico, ma dolce e commovente. Lo lascio in sospeso, nel caso vi capitasse di vedere il film.

Non so se si possa definire “l’uomo che pianse” come un film riuscito. Ci sono troppe cose, troppe storie, alle volte è difficile raccapezzarsi. Non è un film difficile, ma il materiale è sovrabbondante, potrebbe uscirne un serial in 20 puntate, seguito compreso (si riunirà Susan allo zingaro, a guerra finita?).
E c’è un eccesso di verità che probabilmente nuoce al film, come accade per il personaggio di Turturro. Il tenore è un personaggio troppo negativo, anche se va detto che purtroppo persone così ce ne sono, eccome. Forse non è il massimo della vita trovarsele davanti anche sullo schermo, più vere del vero: Dante prega la Madonna perché faccia vincere i tedeschi, così avrà ancora il suo pubblico; è pieno di complessi e di code di paglia sul suo essere meridionale (si lamenta del freddo di Milano davanti alla russa che lo guarda stupita), soffre della sua ignoranza e accusa chi ha studiato di essere arrogante. Sa di essere non un cattivo ma (chiedo venia, ma è la parola esatta) uno stronzo; ne è cosciente ma non può farne a meno; e si irrita con Susan che con la sua sola presenza, a contrasto, sottolinea la sua mancanza di una base solida (come persona, non tanto per l’istruzione).


Molto bravi tutti gli attori: la Ricci è Susan/Vogele (cioè l'uccellino, il “passerotto” per suo padre), la Blanchett è la russa Lola, Turturro è il tenore Dante Dominio (deve essersi divertito molto, a farlo così scemo), e Johnny Depp è il fascinoso Cesare, zingaro sul cavallo bianco, uno zingaro da favola, secondo solamente a quello di Frank Sinatra per Huston (“I cinque volti dell’assassino”, 1962). Harry Dean Stanton è Perlman il direttore del teatro; Oleg Jankovskij è il padre di Vogele, le sorelle Labèque (due grandi stelle del pianoforte) accompagnano Turturro per pochi attimi, alla sua prima apparizione nel film.
Tra le scene da ricordare, le prove del Trovatore, con il tenore che “blocca l’entrata del cavallo” (il regista impedisce a Turturro di stare al posto che lui ritiene giusto per la sua voce: rappresentazione di un episodio che capita spesso in teatro). La Ricci con la corazza fa da comparsa e da corista, armigero tra gli zingari del Trovatore. E l’intervista al tenore che loda il fascismo davanti al giornalista perplesso, con Turturro che dà dell’intellettuale (con disprezzo) al giornalista che non è d’accordo con lui su Mussolini, mentre Perlman taglia corto: “Mussolini ha un gran senso del teatro, questo è certo”, prima che la discussione degeneri.
Molto bella la voce di Salvatore Licitra, un ottimo tenore qui agli inizi della sua carriera; una carriera, e una vita, purtroppo bruscamente troncate da un incidente banale. Ma il “Trovatore” poi lo aveva cantato davvero, per l’apertura della Scala, con la direzione di Riccardo Muti: 7 dicembre 2003.


 

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