mercoledì 16 agosto 2017

Terra nostra


 
Terra nostra (1999-2000) Telefilm brasiliani, scritti da Benedicto Ruy Barbosa. Registi nella prima serie: Jayme Monjardim, Carlos Magalhaes, Marcelo Travesso. Musiche di Verdi, Puccini, Tosti, Mascagni, e altri (in vari arrangiamenti). Interpreti: Ana Paula Arosio, Thiago Lacerda, Antonio Fagundes, Angela Vieira, Carolina Kasting, Paloma Duarte, Raul Cortez, e molti altri.
221 puntate di 60' minuti l'una
Terra nostra 2 (2002-2003). Telefilm brasiliani, scritti da Benedicto Ruy Barbosa. Registi vari. Musiche di Verdi, Puccini, Tosti, Mascagni, Chopin, e altri (in vari arrangiamenti). Interpreti: Ana Paula Arosio, Reynaldo Gianecchini, Priscilla Fantin, Fernanda Montenegro, Antonio Fagundes, Maria Fernanda Candido, Nuno Lopes, Gabriela Duarte, Raul Cortez, e molti altri.
209 puntate di 60' l'una.
 
"Terra nostra" è una serie di telefilm della tv brasiliana, una produzione ben fatta e non banale nella scelta del soggetto, con molti motivi di interesse al di là della storia in sè; seguendola si finisce con l'imparare anche un po' di storia, la nostra di europei e quella del Brasile. Il soggetto principale è infatti la storia stessa del Brasile fra '800 e '900, l'immigrazione italiana, la fine dello schiavismo, la grande crisi del caffè (cali di prezzo, speculazioni), la novità del caucciù a Manaus, i primi moti politici, gli anarchici e i socialisti. Si parte dal 1888, con l'arrivo di una nave di immigrati italiani: e anche questo, le navi di immigrati che arrivano quasi sempre in condizioni più che precarie, è un più che possibile aggancio con la nostra attualità di oggi (un aggancio che nel 1999 era probabilmente poco ipotizzabile). La seconda serie, che non è direttamente collegata alla prima, è ambientata negli anni 1920-1930; si comincia dal 1931 con le preoccupazioni per le dittature europee e i pericoli del nazifascismo anche in Brasile. Tutto questo viene raccontato attraverso le storie personali dei protagonisti, storie d'amore e di denaro, di schiavi neri e di anarchici italiani, di ebrei brasiliani (la protagonista della seconda serie è figlia di un mercante di stoffe ebreo), e altro ancora. Il tutto nello stile delle telenovelas sudamericane ma con un'ottima mano nella scelta degli attori, bei costumi e bella ricostruzione d'interni anche con pochi mezzi. La ricostruzione storica è molto ben fatta, ed è facile pensare che il modello di riferimento sia stato "Novecento" di Bertolucci.

Detto il bene che bisognava dire di "Terra nostra", va però anche aggiunto che non sempre il risultato è di alto livello, c'è qualche sciatteria qua e là, soprattutto in fase di scrittura: non tanto nella parte storica quanto nei dialoghi e nelle situazioni private dei personaggi. E' comunque una telenovela, per quanto ben curata il livello medio è quello di tante "serie tv", cioè piuttosto basso.
L'autore è per entrambe le serie Benedicto Ruy Barbosa; ci sono tre registi nella prima serie: Jayme Monjardim, Carlos Magalhaes, Marcelo Travesso; nella seconda parte si alternano diversi registi. Gli attori: Ana Paula Arosio è la bellissima Giuliana, Thiago Lacerda è il suo innamorato, bravi e simpatici tutti gli altri.

Il motivo per cui parlo qui di "Terra nostra" (che ho guardato per mesi all'ora di cena, con mia mamma, in una replica Rai) è la presenza di molta musica operistica nella colonna sonora; il che sarebbe anche un'ottima cosa ma gli arrangiamenti sono bruttini e le musiche sono inserite un po' a capocchia, senza il minimo raccordo con ciò che esse significano; e vengono mischiate a canzoni usate altrettanto a capocchia, per esempio gli attori dicono di essere siciliani e scatta "Funiculì funicolà" o "Torna a Surriento" (che siciliane non sono...). L'arrangiamento delle musiche rovina brani come "Va pensiero" (Verdi, Nabucco), "E lucevan le stelle" (Puccini, Tosca), l'inizio del terzo quadro della Bohème (sempre Puccini), il tutto senza che nei titoli di testa o di coda sia mai indicato il nome dei veri autori di musiche così belle. Ci sono anche le romanze di Tosti, c'è Mascagni con "inneggiamo il Signor non è morto" (da "Cavalleria rusticana", usato a sproposito anche questo). Nella seconda serie ad essere maltrattato è soprattutto Chopin, per la presenza fra i protagonisti di "un famoso concertista italiano" (che cerca in Brasile il figlio, fuggito dal fascismo); si ascoltano canzoni portoghesi, yiddish, e italiane; c'è un tizio che canta spingendo la voce verso la gola, e che forse si vorrebbe far passare per aspirante tenore o baritono (ma la voce va fatta uscire, non si canta mandando la voce nello stomaco...). Comunque sia, le vie del Signore sono infinite e spero che anche una telenovela possa servire per far conoscere la grande musica: con i tempi che corrono, per le nuove generazioni purtroppo non è più possibile, come è capitato a me, incontrare uno Stanley Kubrick che apra gli occhi (e le orecchie) alla conoscenza dei grandi autori.


A livello personale, dopo tanti anni di frequentazione di teatri e sale da concerto, "Terra nostra" mi è servito per mettere a fuoco la musica di Francesco Paolo Tosti (1856-1914), che avevo sempre sottovalutato. Tosti è sempre presente nei recital di canto dei più grandi cantanti d'opera, un motivo ci doveva pur essere ma io non lo avevo mai trovato; così, fra una storpiatura-tormentone di "Va' pensiero" o di "E lucean le stelle", ecco spuntare anche il tormentone di "le vaghe sembianze ketchay", ovvero "Malìa" di Tosti, arrangiata in modo leggero e per voce femminile, peraltro non sgradevole. Una breve ricerca su internet mi permette di trovare molte belle o magnifiche versioni di quest'aria da camera, da Kraus a Pertile a Bergonzi a Pavarotti (eccetera), che le rendono finalmente giustizia. "Malìa" è datata 1887, il testo è di Rocco Emanuele Pagliara, che mi lascia perplesso per quel "le vaghe sembianze checciài" che si poteva evitare facilmente ("le vaghe sembianze che hai", o simile: funziona allo stesso modo). Sublime testo, quello del Pagliara: una specie di primo atto del Tristano, "ninfa o fata tu sei?". Mi hai forse avvelenato con quell'arcano filtro, o è soltanto Amore? In ogni caso, è un testo riservato alle bionde. More, rosse e brune se ne facciano una ragione.

Cosa c'era ne 'l fior che m'hai dato?
forse un filtro, un arcano poter?
Nel toccarlo, il mio core ha tremato,
m'ha l'olezzo turbato il pensier.
Ne le vaghe movenze, che ci hai?
Un incanto vien forse con te?
Freme l'aria per dove tu vai,
spunta un fiore ove passa 'l tuo piè.
Io non chiedo qual plaga beata
fino adesso soggiorno ti fu:
non ti chiedo se Ninfa, se Fata,
se una bionda parvenza sei tu!
Ma che c'è nel tuo sguardo fatale?
Cosa ci hai nel tuo magico dir?
Se mi guardi, un'ebbrezza m'assale,
Se mi parli, mi sento morir!
(Malìa, di Francesco Paolo Tosti; versi di Rocco Emanuele Pagliara)



venerdì 11 agosto 2017

Artisti sotto la tenda del circo: perplessi


Artisti sotto la tenda del circo: perplessi (1968). Scritto e diretto da Alexander Kluge. Fotografia di Thomas Mauch e Günther Hörmann. Musiche a cura di Viviane Gomòri e Hellmuth Löffler (estratti da opere di Verdi, e altri autori). Interpreti: Hannelore Hoger, Sigi Grau, Alfred Edel, Eva Oertel, e altri attori tedeschi. Durata: 100 minuti.

Una curiosa sorpresa musicale mi è arrivata dalla visione di un film del tedesco Alexander Kluge, regista di grande qualità artistica. Il film è del 1968 e il titolo è di quelli a prima vista un bel po’ strani, e che proprio per questa stranezza rimangono facilmente nella memoria: «Artisti sotto la tenda del circo: perplessi», che è la traduzione letterale dell’originale (in tedesco, perplessi era “ratlos”). Il film mi è piaciuto molto, e proverò a dirne qualcosa più avanti; dal punto di vista operistico riserva delle sorprese, perché la colonna sonora include molte arie d’opera, quasi tutte dal Trovatore, però rese difficili da riconoscere al primo ascolto perché eseguite in forme non usuali, magari da organetti di barberia, o in tedesco, o per piano e canto in sedute di prova e d’insegnamento. C’è di sicuro molto Verdi: oltre al Trovatore, brani dal Macbeth e dal Nabucco; e poi probabilmente Chopin, in un insieme davvero fuori del comune e anche piuttosto piacevole. Insomma, il film di Kluge si potrebbe usare anche in modo alternativo, come un quiz tra amici appassionati di musica: lo si lascia scorrere e chi indovina per primo tutti i brani vince. Impresa tutt’altro che facile, e basterà dire che si comincia con una canzone che ti sembra di conoscere ma qualcosa sfugge e bisogna ascoltarla bene per capire di cosa si tratta: è Yesterday, ma in spagnolo.


La storia raccontata è quella di una giovane donna (l'attrice è Hannelore Hoger) che nella Germania degli anni '60 vuole aprire un circo, partendo da zero. Per fare questo compera animali (un elefante), si indebita, fa incontri più o meno fortunati; alla fine tutto si risolve senza troppi danni né per lei né per gli animali. E' una metafora sul fare, quindi molto politica (nel senso alto del termine); le scene sono divertenti e strampalate, girate in uno stile a metà tra il miglior Fellini di quegli anni e "Zelig" di Woody Allen (che arriverà solo molti anni dopo) per la commistione tra inserti di cinegiornali e la finzione. Il rimando principale è comunque ai libri di Heinrich Böll, lo stile è quello, lo stesso di "Opinioni di un clown", di "Foto di gruppo con signora" o dei Racconti: partecipazione alle umane vicende, ma anche saper guardare le cose con distacco, e con ironia quando è possibile farlo.


Due notazioni che possono interessare chi guarda il film: la prima riguarda, al minuto 48, il discorso sull'origine della vita tramite metano e ammoniaca, che è corretto dal punto di vista chimico, è tutto vero anche se un po' confuso nell'esposizione. Metano e ammoniaca sono prodotti di decomposizione organica, infatti; è anche l'origine del biogas che oggi alcune imprese utilizzano. Interessanti anche le riflessioni al minuto 50 circa, quando la protagonista compera l'elefante: si può essere artista ed imprenditore nello stesso tempo? Una cosa esclude l'altra, è la conclusione a cui si arriva nel film; ma forse non è proprio così, questa è solo una riflessione dei personaggi e non un assunto filosofico. Rimane l'idea di qualcosa di grande e di bello, di elefantiaco (il Circo come metafora), che purtroppo non sarà possibile realizzare.
Il film è in bianco e nero, con numerosi inserti documentari; ogni tanto (all'inizio e nel finale) Kluge mette sequenze a colori.
 

Ho provato a mettere giù un inventario delle musiche presenti nel film, ma non è affatto facile indovinare tutto. Ecco quello che mi sono segnato, in modo un po' disordinato (chiedo scusa).
Nei titoli di testa: Verdi, Il Trovatore (atto primo, alle parole "gli accenti di un liuto..."), per pianoforte. E' una melodia che torna spesso nel film, diventando quasi un motivo conduttore: è una delle più belle e famose di Giuseppe Verdi e di tutta la storia della musica. Ascoltiamo spesso brani dal Trovatore: "Stride la vampa" (pianoforte a rullo?); "l'onda di suoni mistici" (duetto che precede "Di quella pira") min.12-13 e a 1h08; l'inizio dell'opera con il racconto di Ferrando (solo accennato, in tedesco) (min50 e dopo); "il balen del suo sorriso" (aria del Conte di Luna) per pianoforte, min 55 circa e poi min 62; "abbietta zingara" (racconto di Ferrando, inizio dell'opera), per pianoforte a 1h08; e poi il duetto tra Azucena e Manrico, e altro ancora. Nel finale, una voce fuori campo prova a raccontare la trama del Trovatore (non è un'impresa facile, si sa; e Kluge ci gioca sopra) (non facile da raccontare: come le nostre vite?).
 


Ancora Verdi, il Macbeth con la scena del sonnambulismo, il dottore e la dama di compagnia guardano Lady Macbeth che tenta di lavar via il sangue dalle mani (in italiano: "perché trema la man?" "lavarsi crede...") scorre sulle immagini della parata a Dresda nel 1939, forse per un carnevale. Al minuto 48 c'è un inserto dal "Nabucco" in tedesco (il concertato dal primo atto: "una furia è questo cuore...il mio popolo salvar"); torna a 1h00 circa.
Bellini è al minuto 11, "Ah non credea mirarti", dalla Sonnambula; forse nella parafrasi di Liszt.
Si ascoltano frammenti di musica per pianoforte: Schubert, Chopin, Liszt? bisognerebbe approfondire, ma non è facile. Al minuto 40 forse Mozart. Il coro nuziale di Mendelssohn è reso in modo un po' circense (e quindi ci può stare, in questo contesto), per i balletti all'Opera 1968 (non specificato quale teatro d'Opera: Berlino?). Poi il cancan di Offenbach, una ballo non identificato, poi Johann Strauss. Verso il minuto 55 musica non identificata, trombe, forse Bellini o Verdi, poi torna Il Trovatore come all'inizio.


"Yesterday" dei Beatles è eseguita in spagnolo (per le sequenze di un hitler goffo con il cappottone);
una musica jazz swing è in versione circo. Un tango per l'incendio di Chicago, e danze anni 20. Un inno antihitleriano sul tango al minuto 20; una canzone tedesca non identificata; una canzone tedesca ballabile per Leni nella vasca da bagno. Una pianista si alterna a musica per organo; la classica musica da circo, sul tipo di quella che componeva Nino Rota per Fellini in quegli anni ("La strada", "Otto e mezzo"; ma "I clowns" doveva ancora arrivare). A 1h06 c'è l'Internazionale (cui segue la sequenza dove Leni diventa erede dell'amica); una fuga di Beethoven è a 1h10 o dopo.
Comunque sia, un film da rivedere e da ripensare; non solo per la musica, ma per la quantità di pensieri sul presente, di riflessioni mai banali sulla Storia recente, di filmati originali d'epoca, e anche per puro divertimento.




mercoledì 9 agosto 2017

Silenzio si gira (Beniamino Gigli)


Silenzio si gira (1943) Regia di Carlo Campogalliani. Scritto da G.Brignone, T.Smith, M.Brancacci, Nino Novarese, Cesare Zavattini. Fotografia di Leonida Barboni. Musiche di Wagner, Verdi. Canzoni napoletane e di Bixio. Interpreti: Beniamino Gigli, Carlo Campanini, Mariella Lotti, Rossano Brazzi, Elvira Marchionni, Dino De Luca, Olinto Cristina, e altri. Durata: 90' circa

"Silenzio si gira", girato a Cinecittà nel 1943 (tempi durissimi, a guerra in pieno corso) è un altro soggetto di cinema nel cinema, oppure di cinema sul cinema, dove Beniamino Gigli interpreta un tenore famoso impegnato nelle riprese di un film costruito su misura per lui. Si tratta di un personaggio volutamente antipatico e spocchioso, che vorrebbe imporre una giovane attrice di cui si è invaghito (Mariella Lotti) che per età potrebbe essere sua figlia. Per far tornare il tenore famoso alla sua umanità servirà l'intervento casuale di un sosia (sempre Beniamino Gigli) che approfitta della somiglianza per derubare orafi e gioiellieri (ruba solo orologi). Il sosia è sì un ladro, ma è anche ricco di simpatia e umanità e riuscirà suo malgrado a far rinsavire il celebre tenore. Ci sarà un remake di "Silenzio si gira" nel 1946 con "Voglio bene soltanto a te", con una trama molto simile; anche il motivetto conduttore del secondo film è praticamente identico a "Cinemà" di Bixio che si ascolta qui (una delle canzoni più brutte che io abbia mai ascoltato, per di più ripetuta tre volte).
 
 
Tra gli attori è da segnalare la presenza di Carlo Campanini, una persona che si vede sempre volentieri; qui è il buffo ma efficiente segretario del famoso tenore. Mariella Lotti è la giovane attrice sul set, e Rossano Brazzi è il giovane attore che dovrebbe fare da spalla al tenore; come prevedibile, tra i due nascerà l'amore. Elvira Marchionni è la zia ancora piacente della ragazza. 
 
 
 Gigli in questo film canta quasi soltanto canzoni, anche se abbiamo di Wagner "Mercè cigno gentil" (dal Lohengrin) e di Verdi "La donna è mobile" (dal Rigoletto); è interessante la scena in cui si ascoltano questi due brani perché li si vede (è la parola giusta) sulla colonna sonora proiettata senza immagini, un po' come accade in "Fantasia" di Walt Disney ma stavolta senza animazioni, così come avveniva per davvero in fase di montaggio; un bel momento di cinema da ricordare. La prima canzone che si ascolta è "Piscatore 'e Pusilleco", poi per tre volte "Cinemà" di Bixio che è davvero molto brutta. Gigli ha due ruoli: è il tenore antipatico e il sosia "cleptomane" ma pieno di umanità, alla fine il sosia insegnerà qualcosa al tenore spocchioso; forse la miglior prova di attore di Gigli.

 

sabato 5 agosto 2017

Casta Diva (1954)


 
Casta Diva (1954) Regia di Carmine Gallone. Scritto da Carmine Gallone, Walter Reisch, Luigi Filippo (D'Amico?), Age e Scarpelli, Leo Joannon. Fotografia (Technicolor) di Marco Scarpelli. Musiche di Bellini, Paganini, Donizetti arrangiate da Renzo Rossellini. Scene e costumi di Mario Chiari e Maria de Matteis. Allestimenti in teatro a cura di Libero Petrassi e Pallavicini. Cantanti: Caterina Mancini, Gianni Poggi, Giulio Neri, Gino Mattera, Juanita Sariman, Enrico Formichi. Orchestra Opera di Roma direttore Oliviero de Fabritiis; direttore del coro Giuseppe Conca. Interpreti: Maurice Ronet (Bellini), Antonella Lualdi (Maddalena), Nadia Gray (Giuditta Pasta), Fausto Tozzi (Donizetti), Renzo Ricci (giudice Fumaroli), Jacques Castelot (Ernesto Tosi), Marina Berti (Beatrice Turina), Jean Richard (Fiorillo), Paola Borboni (signora Monti), Aldo Silvani, Manlio Busoni, Lauro Gazzolo (Barbaja), Danilo Belardinelli (Paganini), Renzo Giovampietro, Camillo Pilotto (rettore Conservatorio), Luigi Tosi (Felice Romani), Dante Maggio, Nicla Di Bruno, e altri. Durata: 1h32

Carmine Gallone gira tre volte "Casta Diva": due film sono del 1935, uno in italiano e l'altro quasi identico ma in inglese con attori diversi (i due film hanno in comune solo Martha Eggerth, interprete di Maddalena) intitolato "The divine spark", "La scintilla divina". Gallone, 1885-1973, è regista di film di successo e di lunghissimo corso (la sua carriera cinematografica inizia nel 1913) che ha girato numerosi film d'opera; nel 1954 ritorna sul soggetto del 1935, però a colori e con scene girate in teatro. Il soggetto è identico, e quasi identica è anche la sceneggiatura, con pochi cambiamenti significativi (nel film del '35 c'era Rossini tra i protagonisti, qui c'è invece Donizetti; nel film del 1954 ha molto più spazio Giuditta Pasta) e soprattutto insiste ancora sull'improbabile trama da fotoromanzo del film del 1935, lavorando di fantasia sull'amore (vero e documentato) tra Vincenzo Bellini e la giovane napoletana Maddalena Fumaroli. Il soggetto parte probabilmente dalla biografia di Francesco Florimo, amico e compagno di studi di Bellini, ma le libertà prese da Gallone e dai suoi sceneggiatori sono davvero tante, direi anzi troppe e troppo spesso inverosimili. E' vera la storia d'amore tra Bellini e Maddalena Fumaroli: si conobbero a Napoli dove Bellini studiava al Conservatorio, ma il padre di lei si oppose sempre alla relazione. Del tutto inverosimile, al limite del ridicolo, l'idea che una scena complessa come quella di "Casta Diva" possa essere inserita nella Norma all'insaputa del compositore, basandosi su un semplice foglio manoscritto. Bellini non è figlio di un anonimo maestro di canto, come si ripete più volte nel film, ma di un Maestro di Cappella, organista e compositore, e fa parte di una famiglia di musicisti di nome già a partire dal nonno (di origini abruzzesi). Nel film sembra che Il Pirata sia la prima opera di Bellini, ma così non è: prima del Pirata ci sono "Adelson e Salvini" e "Bianca e Fernando". Inoltre, la prima di "Lucia di Lammermoor" di Donizetti avvenne dopo la morte di Bellini, nel 1835; e a Napoli, non a Milano come si vede nel film. Insomma, è un film del tutto inaffidabile dal punto di vista biografico, ma ci si può ugualmente divertire guardandolo, anche per la presenza di ottimi attori nel cast, come Renzo Ricci che interpreta il padre di Maddalena. Si può aggiungere qualche data: Giuditta Pasta nacque nel 1797, Bellini nel 1801; erano quindi quasi coetanei. Mancano del tutto, inoltre, Maria Malibran e Giulia Grisi. Il personaggio di Florimo (amico e poi biografo di Bellini) qui diventa Fiorillo, un personaggio buffo di pura fantasia.

 
Gli attori: Maurice Ronet è un po' più in parte rispetto all'incolore Sandro Palmieri del 1935, ma manca di una vera presenza scenica. L'attore francese reciterà in seguito in film importanti, come "Ascensore per il patibolo" di Louis Malle (1957) e "Fuoco fatuo" (1962), ma senza mai diventare una vera star. La parte di Maddalena tocca ad Antonella Lualdi, molto bella e molto giovane e soprattutto decisamente più in parte rispetto alla Martha Eggert del '35. In questo film Maddalena non canta (solo qualche accenno), la parte cantata è riservata all'opera vera e propria, in teatro. La parte di Paganini, che apre il film, è affidata (anche come recitazione) a un vero violinista e concertista di nome, Giovanni Belardinelli: su internet c'è un sito a lui dedicato, dal quale traggo queste immagini. La cantante lombarda Giuditta Pasta è affidata a Nadia Gray. Importanti le voci dei doppiatori: Fiorillo è doppiato da Carlo Romano, Donizetti ha la voce di Emilio Cigoli, Nadia Gray (Giuditta Pasta) è doppiata da Lydia Simoneschi.

 
Come nel film del 1935, l'inizio è con un concerto di Paganini, a Napoli al San Carlo. E' da notare il dettaglio storico della platea senza sedili, come era d'uso per tutto il Settecento: solo sedie a lato, ospite il Re al centro della platea. Le locandine ci mostrano con precisione il programma: Sonata n.4 e 4 capricci, Sonata n.2 e Variazioni; il finale è con Rossini, variazioni su La Gazza Ladra. La data è 18 aprile 1819, il re è Ferdinando I. L'attore che impersona Paganini è un vero concertista, Danilo Belardinelli. Nasce un equivoco con il giovane Bellini, studente di Conservatorio: perchè ride, quel giovane nel palco? Paganini fa portare in camerino l'importuno, arrabbiatissimo; ma l'equivoco è presto chiarito.

Al minuto 9 siamo al Reale Collegio di Musica di Napoli. dove il rettore (era Zingarelli, ma non se ne fa il nome) convoca alcuni neodiplomati. I nomi sono Zapponi, Mercadante, Fiorillo, Bellini; non ho notizie di Zapponi, Fiorillo è con ogni probabilità un personaggio d'invenzione, Mercadante era in effetti a Napoli in quegli anni. Il rettore comunica agli studenti l'usanza della Scuola: i neodiplomati vengono invitati a cena da importanti famiglie napoletane. A Bellini tocca la casa del giudice Fumaroli.
Ascoltiamo il coro iniziale dalla Sonnambula per la cena, ci sono scenette varie con gli altri musicisti, poi al minuto 14 Bellini suona il piano a casa del giudice Fumaroli. Il giudice non ama la musica, ma si è fatto convincere dalla figlia, che però non è presente. Bellini suona per un po', poi il giudice gli chiede di smettere "con quel rumore". La musica è però piaciuta a Maddalena, al piano di sopra, che glielo fa sapere. I due giovani si incontrano. Al minuto 22, al Conservatorio, i musicisti raccontano le loro esperienze della sera precedente; Bellini è rimasto incantato da quella ragazza e cerca di disegnarne gli occhi ma si dispiace di non saper disegnare e trasforma il disegno in uno spartito, sul testo "occhi puri, occhi casti": è la melodia di Casta Diva. In seguito, Bellini lo trascriverà in bella copia e ne farà dono a Maddalena.
 
Al minuto 32 una passeggiata per Napoli, con il pazzariello (Dante Maggio) e la scenetta di "levate a cammesella" (la cantante è Nicla Di Bruno). Questa scena è stata forse inserita per attirare gli spettatori che non amano l'opera? Può darsi.
Bellini si reca dal segretario particolare del re, Ernesto Tosi, che gli propone di scrivere una Cantata per un importante ricevimento. E' un grande onore e un incarico importante, ma il giovane rifiuta l'incarico proposto da Tosi, dicendo che vuole tornare a Catania e che non gli interessa diventare famoso. Accetterà poi quando viene a sapere che c'è dietro Maddalena, per rimanere però deluso quando scoprirà che la sua innamorata è fidanzata proprio con Tosi.
Al minuto 33 ascoltiamo la Cantata, al San Carlo; di questo brano non esiste un'esatta corrispondenza nel catalogo belliniano. Alla celebrazione è presente anche Giuditta Pasta (l'attrice è Nadia Gray), di passaggio a Napoli. Gallone e i suoi sceneggiatori vanno giù piuttosto pesanti con la grande cantante lombarda, e si insiste soprattutto sul successo per un compositore "che passa dal camerino e dal letto di Giuditta Pasta" (battuta ripetuta più volte).
Al minuto 35, nel palco dei Fumaroli, Bellini si incontra con Maddalena. Gallone ripete il simpatico "glissando" sul più che probabile bacio con il primo piano delle gabbiette dei colombi. Le colombe liberate in teatro per festeggiare il compositore vengono catalogate come "usanze milanesi" dal giudice Fumaroli. Maddalena è comunque promessa a Tosi, segretario particolare del Re.

 
Al minuto 44 musica da "La Sonnambula" per Maddalena che lascia partire Bellini: "un giorno sol durò". Maddalena si sacrifica per consentire a Bellini il successo che merita. Bellini è deluso di non trovarla al porto, ma parte ugualmente: Giuditta Pasta gli ha chiesto di scrivere un'opera per lei, e se Maddalena si nega non v'è motivo di restare a Napoli.
Siamo a Milano nel 1820, al minuto 45. Troviamo Donizetti (l'attore è Fausto Tozzi) in tre siparietti in cui dimostra di aver bisogno di soldi: chiede un anticipo ai suoi impresari, cioè alla signora Monti (Paola Borboni), poi a Barbaja, infine va da Giuditta Pasta: tutti si negano, e c'è sempre Bellini di mezzo... Qui va in scena "Il Pirata", in palcoscenico vediamo il finale (una scelta curiosa, ci sono arie e scene molto belle nel Pirata). Si può ricordare che Bellini scrisse altre due opere prima del Pirata, "Adelson e Salvini" e "Bianca e Fernando".
Al minuto 54 Gallone ci mostra l'incontro Donizetti e Bellini, un vero e proprio scontro anche per via della rivalità per Giuditta Pasta; l'impresario Barbaja propone un'opera al Carcano per entrambi, come terreno di sfida. Questa scena è abbastanza improbabile: la Lucia di Lammermoor di Donizetti, che vedremo presentata come conseguenza di questo diverbio, avrà la sua prima rappresentazione dopo la morte di Bellini, e a Napoli (non a Milano). Il librettista non sarà Felice Romani "per entrambi", come viene detto: la Lucia di Lammermoor è scritta su versi di Salvatore Cammarano.
Al minuto 57 Gallone ci mostra la solita scena dello strappo dei fogli per mancanza ispirazione. Bellini li butta nel lago di Como, dove effettivamente visse: a Blevio o a Moltrasio. Subito dopo, Bellini riceve la visita dell'amico Fiorillo: ha cambiato mestiere, non fa più il musicista ma il commerciante di arance, con successo. Fiorillo rappresenta l'elemento comico del film.
Al minuto 59 vediamo la Lucia di Lammermoor al Carcano, la scena finale con "Tu che a Dio spiegasti l'ali", con tanti scozzesi in kilt e tartan: nella realtà l'opera andò in scena a Napoli, e dopo la morte di Bellini. I cantanti in scena dovrebbero essere Gianni Poggi e Giulio Neri.
 
 
A 1h03 Bellini viene abbordato dalla bellissima Beatrice Turina (l'attrice è Marina Berti): il personaggio è questa volta reale, in effetti Bellini ebbe una relazione con una donna di questo nome. Il trionfo di Donizetti nella loro personale sfida intristisce Bellini, che si consola con Beatrice; Giuditta Pasta (sul lago di Como) lo rimprovera per questa relazione, poi va da Donizetti. La storia d'amore tra Bellini e Giuditta è dunque finita, secondo Gallone.
A 1h08 va in scena "La Sonnambula", "ah non credea mirarti / sì presto estinto, o fiore"; canta Giuditta Pasta, al Carcano (la voce è del soprano Caterina Mancini). Donizetti ora gli è amico, la Pasta pensa al ritiro, è presente anche Maddalena, giunta appositamente da Napoli, che però si ritrae davanti a "un esercito di ammiratrici" che attende il compositore fuori dal camerino. La prima della fila è Beatrice Turina.
Bellini perde molti soldi al casinò, "fortunato in amore, sfortunato al gioco": il musicista non gradisce la battuta. L'amico Fiorillo dirà a Bellini che c'è Maddalena dietro a ogni suo personaggio femminile ("Scrivi per lei, si sa"). Per reazione, Bellini chiede a Felice Romani di scrivergli un'opera "piena di odio". Felice Romani viene presentato con barba alla Cavour (o alla Marco Ferreri, se si preferisce). L'opera sarà "Norma".
A 1h16 ecco "Norma" alla Scala, fischiata (non c'è ancora Casta Diva, si dice nel film; pare invece che sia stata una protesta organizzata contro Giuditta Pasta), vediamo in palcoscenico il finale d'atto, la voce è quella del soprano Caterina Mancini. Dell'insuccesso si parla a Napoli in casa Fumaroli: "manca una romanza sentimentale, dolce" concludono Tosi e il suocero. Maddalena, che li ascolta, va in soccorso dell'amato Bellini e parte per Milano con il suo manoscritto con la melodia di "occhi puri, occhi casti"; siamo in pieno inverno (ouverture da Norma in colonna sonora), bella la cavalcata tra la neve e le montagne dell'Appennino. Maddalena va dalla Pasta e le dà il manoscritto, la Pasta si era ritirata ma si fa convincere dalla bellezza della musica e torna alle scene per dare all'opera il successo ("ho rovinato la sua vita per dargli il successo", riflette la cantante).
 
 
A 1h23 vediamo e ascoltiamo Casta Diva in scena (nel 54 c'era già la Callas, qui canta la Mancini); l'opera stavolta ha grande successo, e Giuditta Pasta spiega a Bellini cosa è successo con Maddalena. A 1h27 Bellini parte per Napoli, va da Maddalena; in colonna sonora si ascolta "ah non credea mirarti / sì presto estinto, o fiore" (dalla Sonnambula), ma Maddalena è gravemente malata a causa del freddo preso durante il viaggio, e muore davanti al marito ma invocando Vincenzo. Bellini arriva quando lei è appena morta, finale strappalacrime.
La vera Maddalena Fumaroli morì nel 1834, quando Bellini era a Parigi. A Parigi, nel 1835, dopo il successo di "I Puritani", morirà anche Vincenzo Bellini, a soli 34 anni, probabilmente di colera.
 
 

giovedì 3 agosto 2017

Casta Diva (1935)


- Casta Diva (1935) Regia di Carmine Gallone. Scritto da Walter Reisch e Corrado Alvaro. Fotografia di Franz Planer e Massimo Terzano. Musiche di Bellini, Rossini, Paganini arrangiate e dirette da Willy Schmidt-Gentner. Interpreti: Sandro Palmieri (Bellini), Martha Eggerth (Maddalena Fumaroli), Gualtiero Tumiati (Paganini), Lamberto Picasso (giudice Fumaroli), Achille Majeroni (Rossini), Giulio Donadio (Felice Romani), Ennio Cerlesi (Tosi), Bruna Dragoni (Giuditta Pasta), Maurizio D'Ancora (Mercadante) Gino Viotti (Zingarelli). Durata 87 minuti
- The divine spark (1935) Regia di Carmine Gallone. Scritto da Walter Reisch e Richard Benson. Fotografia di Franz Planer. Musiche di Bellini, Rossini, Paganini arrangiate e dirette da Willy Schmidt-Gentner. Interpreti: Phillip Holmes (Bellini), Martha Eggerth (Maddalena Fumaroli), Hugh Miller (Paganini), Donald Calthrop (giudice Fumaroli), Edmund Breon (Rossini), Peter Gawthorne (Felice Romani), Benita Hume (Giuditta Pasta), Edward Chapman (Mercadante), John Clements (Fiorino), e altri attori inglesi. Durata 82 minuti

"Casta Diva" è un film di pura fantasia, un'invenzione che si appoggia sulla vita di Bellini, che Gallone gira tre volte: due nel 1935, versione italiana e versione inglese (con attori diversi), e poi nel 1954, a colori. La sceneggiatura è quasi identica, ci sono differenze (nel primo film c'è Rossini ma non Donizetti, nel secondo c'è Donizetti e non c'è Rossini) ma tutto sommato le due versioni possono essere considerate identiche perché tutto ruota intorno all'amore tra Vincenzo Bellini e la giovane napoletana Maddalena Fumaroli, figlia di un importante giudice. Il soggetto parte probabilmente dalla biografia di Francesco Florimo, amico e compagno di studi di Bellini, ma le libertà prese da Gallone e dai suoi sceneggiatori sono davvero tante, direi anzi troppe e troppo spesso inverosimili. E' vera la storia d'amore tra Bellini e Maddalena Fumaroli: si conobbero a Napoli dove Bellini studiava al Conservatorio, ma il padre di lei si oppose sempre alla relazione. Del tutto inverosimile, al limite del ridicolo, l'idea che una scena complessa come quella di "Casta Diva" possa essere inserita nella Norma all'insaputa del compositore, basandosi su un semplice foglio manoscritto. Mercadante, più anziano di qualche anno, qui è solo un manichino con un nome e cognome; Bellini non è figlio di un anonimo maestro di canto, ma di un Maestro di Cappella, organista e compositore, una famiglia di musicisti già a partire dal nonno (di origini abruzzesi). Nel film sembra che Il Pirata sia la prima opera di Bellini, ma così non è: prima del Pirata ci sono "Adelson e Salvini" e "Bianca e Fernando". Insomma, è un film del tutto inaffidabile dal punto di vista biografico, ma ci si può ugualmente divertire guardandolo. Si può aggiungere qualche data: Giuditta Pasta nacque nel 1797, Bellini nel 1801; erano quindi quasi coetanei. Mancano del tutto, inoltre, Maria Malibran e Giulia Grisi. Si può ancora far notare che il soggetto è di Walter Reisch, ma i dialoghi italiani sono di Corrado Alvaro.
 
Il film è costruito intorno a Martha Eggerth, importante soprano di operetta e moglie del tenore Jan Kiepura (Lehar scrisse alcune opere sulla sua voce) che però si dimostra del tutto inadatta alla vocalità belliniana e lascia molto a desiderare anche come attrice. La Eggerth è presente in entrambe le versioni, italiana e inglese.
La versione inglese, "The divine spark" ("La scintilla divina") è purtroppo introvabile in rete; in Germania ebbe il titolo "Maddalena". Il film è visibile su youtube, purtroppo con un sonoro molto malridotto; per essere più precisi direi che ad essere pessimo è il ritocco digitale del sonoro nella versione su youtube, che ha in parte cancellato il fruscio ma facendo più danni che utile. Si tratta comunque di un'operazione meritevole nel rendere visibile questo film altrimenti introvabile.
Il protagonista Sandro Palmieri è piuttosto piatto e antipatico, la Eggerth è improbabile come attrice e molto in difficoltà nel canto, Bruna Dragoni nell'interpretare Giuditta Pasta rifà il cliché della diva autocompiaciuta e per fortuna ha poco spazio (il personaggio di Giuditta Pasta sarà più presente nel remake del 1954).
 

Si comincia con Paganini, a Napoli in concerto; una sequenza piuttosto lunga, più di cinque minuti con molta musica, incluse alcune variazioni su temi rossiniani. Paganini è irritato con un giovane del pubblico che sembra ridere di lui; lo fa chiamare in camerino e gliene chiede ragione. Il giovane, studente del Conservatorio, è Bellini: l'equivoco è presto chiarito, e nel frattempo Paganini memorizza il nome del giovane.
Al minuto 9:45 ascoltiamo i ragazzi della scuola di musica, in coro; poi arrivano gli studenti prossimi al diploma. Mercadante è in ritardo, il rettore Zingarelli (che fiuta tabacco) lo sgrida; tra i presenti c'è Francesco Florimo, amico e futuro biografo di Bellini. Florimo, così come Mercadante, è nel film poco più di un nome buttato lì, un personaggio che serve per scambiare qualche battuta col protagonista. Nella versione inglese verrà chiamato Fiorino, nella versione del 1954 Fiorillo: è probabile che sia sorta qualche questione intorno all'uso del cognome Florimo. I giovani diplomati, secondo l'uso del Conservatorio di Napoli, saranno invitati a cena da famiglie napoletane importanti. A Bellini tocca la casa del giudice Fumaroli, che non ama affatto la musica ma che si è fatto convincere dalla figlia.
Uno degli amici di Bellini, al minuto13:35, si ritrova a una cena vegetariana che non apprezza; con lui a tavola c'è anche una scimmietta (un cebo?). Al minuto16:00 Bellini suona il piano a casa Fumaroli, con motivi belliniani; facilmente riconoscibile "Vaga luna che inargenti", una delle "Sei melodie da camera". Il giudice gli chiede ben presto di smettere di "far rumore", e Bellini si adegua; ha però modo di conoscere Maddalena, figlia del giudice, che apprezza molto lui e la sua musica. Al minuto 21:00, tornato al Conservatorio, disegna per i suoi amici gli occhi della ragazza; si dispiace di non saper disegnare, trasforma il disegno in un pentagramma e comincia a scrivere la melodia che poi sarà Casta Diva, sul testo "occhi puri, occhi casti".
Segue una passeggiata per Napoli, con canti e danze di bambini, vedute e panorami, il Vesuvio. Nel film del 1954 Gallone rifarà questa scena mettendo un pazzariello (Dante Maggio).
Al minuto 27:00 Maddalena canta (o meglio grida, la Eggers non è molto adatta a Bellini) "Occhi puri" davanti a suo padre e al fidanzato Ernesto Tosi, segretario particolare di Sua Maestà.
Al minuto 32:00 Bellini va da Tosi, che lo invita a comporre una Cantata per un ricevimento dove sarà presente il Re; è un grande onore ma Bellini rifiuta, "non ci tengo ad essere celebre". Bellini non cerca il successo e vorrebe solo tornare a Catania, ma poi parla con Maddalena e scopre che la ragazza "non è felice". Più spigliata della Lualdi del 1954, quasi civetta, mondana, Martha Eggers rende poco il senso del personaggio.
Vediamo quindi l'esecuzione della Cantata, al San Carlo. Di questa Cantata non esiste traccia nelle biografie belliniane. Al minuto 40 ecco arrivare in teatro Giuditta Pasta (l'attrice è Bruna Dragoni), già molto famosa e celebrata; nella realtà era quasi coetanea di Bellini ma qui non si direbbe. Giuditta Pasta si intrattiene con re Ferdinando I, che le dice di invidiare la sua celebrità; "vostra Maestà non sa fare i gorgheggi" risponde la cantante. Giuditta viene presentata come amante anche di Tosi, fidanzato di Maddalena; Bellini li vede mentre parlano sulla scalinata del teatro. Comunque sia, la Cantata ha successo e soprattutto Bellini può rivedere Maddalena. Bella la scena sulle scale con Pasta, Tosi e Bellini che li ascolta, divertente il dettaglio della gabbietta con le colombe al minuto 46.
Al minuto 46 Bellini è ancora con gli amici, al Conservatorio; c'è un riferimento probabilmente a Boccherini "che fuggì con una giovane", poi entra la Pasta e chiede di Bellini, dice che lo vuole a Milano per scrivere un'opera. Si insiste molto su Bellini biondo, ma tutti i ritratti (tranne uno) lo mostrano piuttosto sul castano chiaro.
Al minuto 49 un ballo dove si suona Mozart ("grazie di tanto onore", dal Don Giovanni) e poi dei valzer. Maddalena dovrebbe partire di nascosto con Bellini, sulla stessa nave, ma "si sacrifica" perchè ascolta la Pasta dire "che non si riduca a fare il maestro di canto a Catania". Al minuto 54 entra in scena Rossini (Achille Majeroni) che viene presentato a Maddalena: "basta poco per fare di un genio uno sciocco, basta volerlo tutto per sè" le dice, e cita di sfuggita sua moglie (che non era una moglie qualsiasi, era la Colbran: ma nel film non lo si dice e finisce per sembrare una battuta del tipo di quelle del tenente Colombo). "L'Italia ha bisogno di geni" dice Maddalena, sacrificando il suo amore per l'arte. Maddalena resterà a Napoli, Vincenzo avrà il successo a Milano.
 

Al minuto 55 la Maddalena di Martha Eggers canta (o, meglio, grida) un'aria di Rossini, "una voce poco fa" dal Barbiere di Siviglia; poi sta per svenire ma Rossini accorre in suo soccorso, la abbraccia e la sostiene un attimo prima che cada.
A 1h02 il successo di Bellini è presentato con una serie di pagine sfogliate velocemente, con le locandine del successo di Bellini: 1828 il Pirata, 1829 La straniera, 1830 Capuleti e Montecchi, 1830 Beatrice di Tenda, 1831 Sonnambula...
A 1h03 Bellini perde molti soldi al casinò, e si irrita con chi sottintende "sfortunato al gioco, fortunato in amore". Il riferimento è a Maddalena, "ispiratrice" dei suoi personaggi femminili. In questo film, Gallone tace e glissa sul rapporto tra Giuditta Pasta e Bellini; nel film del 1954 sarà molto più esplicito. Intanto, Martha Eggers nei panni di Maddalena urla da Napoli "ah non credea mirarti" (La sonnambula); il fidanzato Tosi e suo padre giocano a scacchi e commentano il successo di Bellini leggendo i giornali milanesi.
A 1h05 Rossini commenta l'influenza di Maddalena sulla musica di Bellini; nel film si insiste molto sul fatto che tutte le sue eroine siano Maddalena. Bellini si arrabbia, dice che di Maddalena non ne vuole più sapere, e incarica Felice Romani di scrivergli un soggetto basato sull'odio, che sarà Norma. Alla prima rappresentazione, "Norma" viene fischiata alla Scala; a Napoli si commenta che in "Norma" manca una melodia del Bellini giovane (Bellini non ha ancora trent'anni...). Maddalena ascolta tutto, parte in carrozza per Milano e affronta il viaggio tra neve e montagne appenniniche per portare il manoscritto a lei dedicato con l'aria "Occhi puri" all'amato Bellini, a Milano (in sottofondo, tra neve e montagne, la sinfonia da "Norma").

 
A 1h11' Giuditta Pasta fa i gargarismi davanti a Romani e Bellini; qui arriva Maddalena, che parla solo con la Pasta e le consegna il manoscritto. L'opera va in scena nelle repliche (a 1h14), Giuditta Pasta e Felice Romani inseriscono "Casta Diva" a insaputa del compositore (ohibò), trionfo in scena ma Bellini non c'è, non se l'è sentita di andare in teatro ed è rimasto in albergo dove arriva Paganini a rincuorarlo. A 1h16 Paganini evoca i grandi fiaschi di Beethoven (Fidelio) e Mozart (Don Giovanni) ma Bellini dei fiaschi degli altri non sa cosa farsene, vuole il successo per lui e basta; poi arriva la notizia del trionfo.
A 1h19 Maddalena è malata a Napoli, il viaggio le è stato fatale; nel delirio finale scambia Tosi per Bellini, che però è a Milano a prendere gli applausi. A Milano arriva Mercadante, che gli dà la feral notizia.
La vera Maddalena Fumaroli morì nel 1834, quando Bellini era a Parigi. A Parigi, nel 1835, dopo il successo di "I Puritani", morirà anche Vincenzo Bellini, a soli 34 anni, probabilmente di colera.


 

martedì 1 agosto 2017

Os canibais


 
"I cannibali" (Os canibais, 1988). Regia di Manoel de Oliveira. Soggetto di Alvaro de Carvalhal. Musica di João Paes, con inserti da Paganini. Fotografia di Mario Barroso. Orchestra Fondazione Gulbenkian Lisbona, direttore Max Rabbinovitj. Coro femminile dell'Orchestra Fundaçao Calouste Gulbenkian. Interpreti: Luis Miguel Cintra, Leonor Silveira, Diogo Doria, Oliveira Lopes, Pedro Teixeira da Silva (Paganini), Joel Costa, Rogerio Samora, Rogerio Vieira, Antonio Loja Neves, Gloria de Matos, Candido Ferreira, Josè Manuel Mendes, Teresa Corte Real. Voci per il canto: Carlos Guilherme (LM Cintra), Filomena Amaro (L. Silveira), Joel Costa (se stesso), Antonio Silva (R.Samora), Carlos Fonseca (R.Vieira), Luis Madureira (A.Loja Neves). Durata: 98 minuti.

E’ un’opera lirica vera e propria “Os canibais” (I cannibali) di Manoel de Oliveira, girato nel 1988. La musica è di João Paes, amico personale del regista portoghese e suo collaboratore in molti film. Rovistando su wikipedia ho scoperto che il film nasce da una scommessa fra i due amici, con Paes che dice “non saresti capace di fare un film partendo da un’opera nuova” e Oliveira che accetta la sfida, riservandosi comunque di scegliere l’argomento. Ho trovato poche notizie sul compositore portoghese, la sua musica negli altri film di Oliveira è sempre piacevole e funzionale alla narrazione ma qui assume un ruolo di primo piano. E qui, dopo aver visto il film due volte dall’inizio, posso dire che cominciano le mie perplessità: amo molto il cinema di Manoel de Oliveira, ma “Os canibais”, pur essendo un film molto ben girato e molto ben recitato, è forse il suo film che mi ha lasciato più perplesso. I motivi sono principalmente due, e si tratta proprio della musica e del soggetto dell’opera. La musica di Paes per “Os canibais” è fatta quasi completamente da recitativi, sullo stile di molte opere del Novecento da Malipiero fino a Britten passando per Mascagni; ma non mi è rimasto in mente nulla, e devo anzi dire che, pur essendo abituato ai film sottotitolati, ho fatto molta fatica a seguire tutto fino in fondo.


 
Il secondo problema è nel soggetto, che è tratto da un racconto ottocentesco di Alvaro de Carvalhal (1844-1868, morto giovanissimo per un aneurisma), non propriamente dei più felici. Siamo tra l’horror e il grottesco: in una città portoghese non identificata arriva un uomo molto ricco e molto affascinante, che fa innamorare ogni donna che lo incontra, ma che si dimostra molto schivo e riservato. Nasconde infatti un segreto, che rivelerà la prima notte di nozze con la ragazza che nonostante tutto ha voluto sposarlo, e che io mi permetto di scrivere qui perché immagino che saranno in pochi a leggere Carvalhal o a voler seguire fino in fondo “Os canibais”: quest’uomo è un automa, le uniche parti umane sono il cuore e il cervello. Il cannibalismo a cui fa riferimento il titolo nasce da un tragico equivoco (ovviamente la storia finisce in tragedia), ma anche volendo provare a dare al tutto un significato vagamente marxista (i parenti della sposa diventano definitivamente dei cannibali, o meglio delle bestie carnivore, quando si rendono conto che dalla tragedia si possono ottenere molti soldi), è difficile appassionarsi alla vicenda.
 

 
Insomma, l’idea della "sfida musicale" era buona ma si poteva scegliere meglio; il film resta comunque da vedere, molte sequenze sono notevoli e questo non stupisce dato che si tratta pur sempre di un film di uno dei più grandi registi del Novecento. Fra le idee buone c’è sicuramente la coppia formata dal narratore (tenore) e da un violinista giovane che appare alle sue spalle, che ha il nome di Niccolò e che rappresenta Paganini eseguendo alcune delle sue musiche più famose. Narratore e violinista formano quasi un duo comico (ogni tanto il violinista deve rincorrere il narratore, o viceversa). I protagonisti sono interpretati da attori doppiati da cantanti, ed è un doppiaggio molto ben fatto, sembra davvero che ci siano dei cantanti davanti alla cinepresa. Per chi conosce il cinema di Oliveira è invece un’impressione strana, perché gli attori sono molto noti: Luis Miguel Cintra, Leonor Silveira e Diogo Doria appaiono in quasi tutti i film del maestro portoghese. Un po’ come se da noi qualcuno avesse girato un film d’opera con Nino Manfredi, Vittorio Gassman e Claudia Cardinale doppiati da cantanti d’opera veri. I nomi dei cantanti sono riportati nei titoli di coda, sono tutti molto bravi ma poco conosciuti.
In conclusione, direi che lo stile adottato da Oliveira fa pensare più a un Barbablù che a un Faust o a un Frankenstein; ed è magistrale l'uso delle luci soprattutto nei notturni.
«Questa vita è una beffa sanguinosa, che si deve pagare con un'altra beffa», è la battuta nel finale che forse più di ogni altra può riassumere il significato di "Os canibais".



Per chi fosse interessato, questo è il riassunto di ciò che succede nel film, tratto dal volume del "Castoro Cinema":
I cannibali - Tratto da un racconto fantastico dello scrittore Alvaro de Carvalhal, che era stato consigliato a de Oliveira dall’amico José Régio, Os canibais è un film-opera che si avvale delle musiche di Joao Paes, collaboratore dal 1972 del regista per il quale ha realizzato numerose colonne sonore. La musica però non si limita a fare da sottofondo alle azioni filmate, ma diventa sostanza stessa del film, strumento di trasmissione di significati mediato attraverso la parola. Come ha affermato il regista stesso: «La parola, anche recitata, è già musicale. La parola cantata accentua ancora di più questa forza e questo potenziale. La disinvoltura musicale che caratterizza l’opera si addice perfertamenre ai grandi testi letterari. Così il teatro, l’opera e il cinema sono analoghi e si legano per mezzo della parola che è l'elemento tra loro comune» (Manoel de Oliveira, Os canibais, in Revue Belge du Cinéma, n. 26, 1989; p.13).
Un gruppo di attori entra a teatro: inizia l'opera che da tragedia si trasforma progressivamente in una commedia grottesca. Il visconte di Aveleda ama riamato la bella e affascinance Margarida. Ad assistere allo sviluppo amoroso c’e il rivale del visconte, Don Juan, che spia costantemente i due amanti, e uno strano presentatore, forse Mefistofele stesso, accompagnato da un violinista di nome Niccolò. Margarida e il visconte coronano la loro unione, ma la prima notte di nozze c’é la rivelazione di un'orribile verità. Il visconte è in realta un automa con il cuore umano, il corpo orrendamente mutilato, con braccia e gambe posticce. Margarida non accetta la verita, sconvolta si getta dalla finestra e muore. Il corpo monco del visconte rotola sul focolare acceso e comincia a
 bruciare. Don Juan è il testimone muto della tragedia; non sopportando il dolore per la morte di Margarida si toglie la vita con un colpo di pistola. Intanto il corpo monco del visconte, cotto dal fuoco, viene scambiato per un arrosto dai fratelli e dal padre di Margarida. Quando scoprono di essersi cibati del visconte si disperano e vorrebbero morire, ma cambiano idea quando capiscono di essere gli unici eredi del patrimonio del morto. Con una brusca sterzata e un esilarante coup de theatre, i tre uomini si trasformano in porci e cani. Alla fine, con un'altra mossa a sorpresa, in una folle sarabanda, tutti resuscitano. Vivi e non più vivi, uomini e bestie, si stringono per le mani e avanzano in una danza macabra accompagnata dal violino del muto Niccolò.
(da "Manoel de Oliveira", Il Castoro Cinema, di Mariolina Diana, anno 2001)
 

Non sono molto sicuro che il "coup de theatre" sia esilarante (direi il contrario), e il finale ricorda un po' quello del Falstaff di Verdi ("Tutto nel mondo è burla") o quello del Don Giovanni di Mozart ("Questo è il fin di chi fa mal"), ma soprattutto l'autrice del saggio su Manoel de Oliveira si è dimenticata di dire che tutti i presenti, cioè anche i servitori e il prete, sono coinvolti nella trasformazione bestiale. Dettaglio non da poco, così come bisognerà pur notare che il maiale "trasformato" è a tutti gli effetti un maiale scuoiato, cioè morto. E infine, tra i "resuscitati" c'è anche il povero visconte? Difficile controllare, ma così a occhio a me sembra proprio di no.
 


lunedì 31 luglio 2017

Signorinella (Gino Bechi)


 
Signorinella (1949) Regia di Mario Mattòli. Scritto da Marcello Marchesi, Mario Mattoli, Aldo De Benedetti. Fotografia di Aldo Tonti. Musiche originali di Felice Montagnini, canzoni varie. Interpreti: Gino Bechi, Antonella Lualdi, Aroldo Tieri, Enrico Viarisio, Aldo Silvani, Ada Dondini, Vinicio Sofia, Inge Gort. Durata: 85 minuti

"Signorinella" di Mario Mattoli esce nel 1949, ispirato a una canzone all'epoca famosa, è un buon film con ottimi attori e bravi professionisti del cinema, con protagonista il baritono Gino Bechi. Scritto da Marcello Marchesi con Mattoli e Aldo De Benedetti, riesce ad essere divertente ancora oggi. Direttore della fotografia è Aldo Tonti, uno dei grandi maestri della luce del cinema italiano.
Questa è la trama del film, che per mia comodità ricopio da www.wikipedia.it:
Carlo e Ughetto sono due giovani furbetti che rubano un'auto all'ultima moda e scappano sulle montagne abruzzesi. Si ritrovano vicino a Introdacqua e soccorrono una ragazza di nome Maria che si sente male. Il giorno seguente per il paese si sparge la voce che Ughetto sia un cugino di Maria a cui è intestata la lussuosa automobile e così lui e Carlo vengono accolti in paese con grandi onori. Il sindaco successivamente vuole far sposare Ughetto con Maria che è molto schiva, perché ha già un amante emigrato a Napoli, e quando scopre che il futuro marito è un furfante imbroglione, scappa via. Nel frattempo il notaio di Introdacqua Don Cesare sta preparando una canzone per la famosa banda musicale e si ispira alla storia di Maria, che presto torna in Abruzzo con il vero fidanzato, intenzionato a dare una lezione ad Ughetto che si scusa pubblicamente. Il notaio conclude così la canzone "Signorinella" e il finale si svela felicemente.
Un soggetto quindi molto fragile, ma il film piace lo stesso per la presenza di ottimi attori e tecnici. Tra gli attori spiccano i nomi di Aroldo Tieri, Antonella Lualdi (giovanissima), Enrico Viarisio, Aldo Silvani (il padrone del circo con Fellini, "La strada"), Ada Dondini (grande caratterista), Vinicio Sofia (un ometto buffo, piccolo e calvo). Gino Bechi, baritono importante del teatro d'opera, all'epoca era popolarissimo anche come interprete di canzoni; qui è un bel signore sui 45 anni, alto ed elegante, se la cava bene anche se come attore appare un po' fermo. Mario Mattòli, ottimo professionista del cinema italiano, è il regista dei film più belli di Totò. Marcello Marchesi, scrittore e umorista oltre che regista in proprio, è stato l'autore dei testi più belli per Totò, Walter Chiari e molti altri; molte delle battute più conosciute e ripetute di Totò, per esempio, sono di Marcello Marchesi. Il film è girato a Introdacqua, nei pressi della Maiella, con degli esterni molto belli. Si vede ancora volentieri, il tempo che è passato si nota ma tutto sommato non dispiace.