domenica 19 novembre 2017

I figli del secolo

 
I figli del secolo (Les enfants du siècle, 1999). Regia di Diane Kurys. Scritto da Diane Kurys e Murray Head. Fotografia di Vilko Filac. Musiche di Bellini, Allegri, Liszt, Schumann, Schubert, Lanner, Eichner, e altri. Musiche per il film di Luis Bacalov. Interpreti: Juliette Binoche (George Sand), Benoit Magimel (Alfred de Musset), Stefano Dionisi (il dottor Pagello), Denis Podalydev (Sainte Beuve) Olivier Foubert (fratello di Alfred), Marie France Mignal (madre di Alfred), Karin Viard (Marie Dorval), Patrick Chesnay (Planche), e molti altri. Durata: due ore e dieci minuti

"I figli del secolo" è un film francese del 1999, diretto da Diane Kurys, che racconta l'incontro fra George Sand e Alfred de Musset, nel 1834 circa. E' un argomento di cui non mi sono mai occupato, perciò mi limito a segnalarne la parte musicale, molto interessante, facendo una breve descrizione di tutto il resto. Il film piace, molto ben fatta la ricostruzione storica, bravi attori e attrici, la regia è attenta e discreta; l'azione si svolge tra Parigi e Venezia.
Molto bella la sequenza iniziale, sui titoli di testa: la composizione in tipografia della prima pagina del libro di de Musset che ha lo stesso titolo del film. E' a tutti gli effetti un breve documentario sulla stampa di un libro: la scelta dei caratteri, l'allineamento, il martelletto, la corda girata con precisione intorno alla pagina appena composta, l'inchiostro, il rullo, il torchio... davvero tutto molto bello.
 
 
Juliette Binoche interpreta George Sand, de Musset è Benoit Magimel; Stefano Dionisi è il medico veneziano Pietro Pagello, una parte cospicua. Il dottor Pagello a Venezia cura la Sand ammalata, fa con lei amicizia, e infine procura a de Musset l'oppio che lo scrittore gli aveva chiesto con tanta insistenza. Nel film Pagello viene un po' maltrattato, non a Venezia ma quando arriva a Parigi con la Sand; in seguito fu primario a Belluno fino al 1894, stimato chirurgo. La vita di George Sand a Parigi non gli si confaceva, la storia del traffico di false antichità etrusche è probabilmente un'invenzione del film, o comunque un particolare secondario.
Il film inizia con la Sand, ancora baronessa Dudevant, che lascia il marito portandosi dietro i due figli (maschio e femmina), che è già molto chiacchierata perché ha avuto una relazione con Prosper Merimée. Nel film Merimée non si vede, perché ormai appartiene al passato; allo stesso modo non c'è Chopin, che arriverà dopo. Si intravvede un attore con parrucca tipo Liszt, verso il finale; ma appare anziano, mentre Liszt nel 1834 aveva poco più di vent'anni essendo nato nel 1811. Nel film c'è l'editore della Sand, c'è Delacroix, c'è Sainte-Beuve e ha una parte consistente all'inizio l'attrice Marie Dorval, oltre al fratello di de Musset, la madre e la sorella minore sempre di de Musset.
 

George Sand nasce come Amantine Aurore Lucile Dupin (1804-1876); ha due figli dal marito, il barone Dudevant (nel film si riporta una battuta molto volgare su questo cognome, probabilmente autentica); lo pseudonimo si deve al giornalista Julien Sandeau, all'epoca ventenne, con il quale George Sand ebbe una relazione; ma nel film si sorvola sul fatto e Julien Sandeau non si vede.
Alfred de Musset è di famiglia ricca; dal punto di vista economico deve sottostare alla volontà della madre e del fratello (il padre è appena morto di colera, e la notizia gli arriva nelle prime sequenze del film) che a buona ragione di lui non si fidano. Quando inizia la sua relazione con George Sand, che lo spinge a scrivere "Lorenzaccio", progetterà un viaggio con lei a Venezia. La famiglia è contraria, la donna ha dieci anni più di lui e non gode buona reputazione. Il viaggio sarà comunque possibile perché la Sand stessa si recherà dalla madre di Alfred. I bambini di George Sand sono per il momento dal padre, in collegio, ma poi li vedremo tornare dalla mamma. A Venezia de Musset tradisce spesso George Sand, passa tutte le sere nei bordelli, beve e si droga, ma la loro relazione continua ugualmente. Una sera Alfred esce e va in teatro, dove danno la "Beatrice di Tenda" di Bellini, che ebbe la sua prima nel 1833 e proprio a Venezia. Si ascolta la musica (la voce è quella di Edita Gruberova) ma noi vediamo solo il palco dove de Musset ha una giovane donna pronta ad attenderlo.
 


Nel corso del film si ascolta Schumann, suonato dalla Sand stessa, poi la trascrizione di "Der Lindenbaum" di Schubert (un arrangiamento di Liszt o della stessa Sand, si dice nel film). I valzer sono del viennese Joseph Lanner, che è di grande popolarità in quegli anni, mentre è un anacronismo piacevole il Bruckner del mottetto "Christus factus est" (Anton Bruckner aveva dieci anni nel periodo in cui è ambientato il film). Il concerto per arpa è di Ernst Eichner, di Liszt ascoltiamo Rêve d'amour e Notturno n.3.
 


A metà film de Musset, ubriaco e drogato, disturba a Venezia un coro di bambini che sta provando il "Miserere" di Allegri; è nel cortile, il maestro del coro manda fuori un bambino a vedere chi è, i bambini sul balcone poi ridono dell'ubriaco. Il Miserere, stando ai titoli di coda, non è però eseguito dai bambini che vediamo, ma è invece un'edizione in disco (King's College di Cambridge). Alla fine della serata de Musset cadrà in un canale, prendendosi il tifo e rimanendo fra la vita e la morte per diversi giorni; una volta guarito, tornerà a Parigi da solo e progetterà il matrimonio, ma poi riprenderà la relazione con George Sand fino al drammatico finale.



Questa è la lista completa delle musiche presenti nel film:
- "Beatrice di Tenda" di Vincenzo Bellini (Edita Gruberova, sinfonica Düsseldorf dir. Pinchas Steinberg)
- "Christus factus est" di Anton Bruckner (Freiburger Vocal Ensemble dir Wolfgang Schäfer)
- Romanza da "Carnaval de Vienne op.26" di Schumann (Maria Joao Pires, pianoforte)
- Zum Schluss Coda da "Arabesque" di Schumann (Maria Joao Pires, pianoforte)
- "Reve d'amour" e "Notturno n.3" di Liszt (pianista Alceo Passeo ?)
- Concerto per arpa e orchestra di Ernst Eichner (1740-1777) (arrangiamento)
- Flüchtige Lust di Joseph Lanner (arrangiamento)
- Musique de la Garde Consolaire de Marengo, Pas de charge des Grenadiers (interpretato da Musique de la Garde Republicaine)
- "Miserere" di Gregorio Allegri (King's College Cambridge)
- brani da "16 danze tedesche" di Franz Schubert (Alfred Brendel, pianoforte)



Nel film intervengono inoltre:
Murray Head supervisione musicale
Musique venetienne Roberto Tombesi, Calicanto
Gabriele Coltri cornamuse venetienne, Corrado Corradi bandoneon percussioni canto, Giancarlo Tombesi contrabbasso, Rachele Colombo percussioni canto, Roberto Tombesi accordeon diatonique, mandola, canto; Nicolas Marsilio clarinetto flauto
chitarra solista Fabio Zanon; Leonid Kuzmin pianoforte
Luca Pincini violoncello, Fausto Anzelmo violino, Ettore e Riccardo Pellegrini viole, Simonetta Perfetti arpa, Mario Boccardo baryton viola.
Le musiche scritte apposta per il film sono di mano di Luis Bacalov.


 
 
 

venerdì 17 novembre 2017

La donna più bella del mondo


La donna più bella del mondo (1955) Regia di Robert Z. Leonard. Scritto da Franco Solinas, Mario Monicelli, Cesare Cavagna, Liana Ferri, Luciano Martino, Piero Pierotti, Giovanna Soria. Fotografia di Mario Bava. Musiche di Puccini (Tosca), canzoni da cabaret; musiche per il film di Renzo Rossellini. Interpreti: Gina Lollobrigida, Anne Vernon (Carmela), Vittorio Gassman (il principe russo), Robert Alda (Doria), Gino Sinimberghi (il tenore Silvani), Tamara Lees (Manolita), Nanda Primavera (madre di Lina), e altri. Durata: 1h47'

"La donna più bella del mondo" (1955) è un film più per gli appassionati di Gina Lollobrigida che per gli appassionati d'opera; di solito viene dichiarato come film biografico su Lina Cavalieri (1875-1944) ma è un film di pura fantasia, solo vagamente ispirato alla vita della vera cantante. Basterà guardare le primissime sequenze e poi confrontarle con una biografia qualsiasi: la madre della vera Lina Cavalieri era una sarta, non una cantante. Tutto il resto del film ha la medesima attendibilità biografica, cioè zero. Comunque, gli appassionati del varietà e della canzone napoletana potranno apprezzare ugualmente il film, molto colorato e molto vivace. La voce femminile che si ascolta fin dai titoli di testa è proprio di Gina Lollobrigida; non è una voce d'opera ma comunque non dispiace.
La vera Lina Cavalieri (1875-1944) comincia a cantare a quindici anni in un teatro di Piazza Navona, poi in altri teatri romani, e a ventun anni riscuote grande successo a Napoli, al Salone Margherita. Il successo continua anche a Parigi, alle Folies Bergères, dove canta canzoni napoletane accompagnata da un'orchestra tutta femminile (mandolini e chitarre): è davvero un peccato che questo dettaglio non sia stato inserito nel film. A venticinque anni debutta anche nell'opera: siamo a Napoli nell'anno 1900, le cronache d'epoca parlano di una voce non memorabile ma che comunque non dispiace. A Napoli, al San Carlo, canta con Enrico Caruso e con Francesco Tamagno. Nel 1906 si trasferisce a New York, dove il successo continua al Metropolitan. Si ritira dalle scene nel 1920.

Nel film, Lina è figlia di una cantante di varietà, ormai in declino (la interpreta Nanda Primavera); sostituisce sul palcoscenico la madre in difficoltà e ha subito un gran successo, anche per via della sua bellezza. Ad assistere al suo trionfo, anzi ad aiutarla, è un principe russo presente in teatro: lo interpreta Vittorio Gassman, e qui c'è una sorpresa perchè Gassman è doppiato, non è la sua vera voce. Fa un certo effetto vedere un attore così famoso con una voce non sua, e fa ancora più effetto pensare che siamo già nel 1955, solo tre anni dopo sarebbe arrivato "I soliti ignoti" ma nel 1955 Gassman faceva ancora questi ruoli "da fotoromanzo". Con i soldi a lei prestati dall'aitante principe russo, Lina può permettersi le lezioni di canto di un insegnante famoso, che si chiama Doria (personaggio inventato; l'attore che lo interpreta è Robert Alda). Doria le insegna il canto lirico, e si innamora di lei; ma Lina non lo ricambia, e parte per Parigi da sola. A Parigi gli impresari la notano per la sua bellezza e le fanno avances pesanti; le cose cambiano solo dopo l'incontro con la veneziana Carmela (Anne Vernon, molto piacevole come attrice). Le due giovani donne si esibiscono in duo musicale, e poi Carmela (altro personaggio di finzione) diventerà la sua manager. A questo punto c'è la "grande scena" del duello alla spada con Manolita (Tamara Lees), che gli appassionati della Lollobrigida conosceranno di certo a memoria.


Diventata famosa, Lina si esibisce non alle Folies Bergères ma alle "Folies Plastiques" (Venere che esce dalla conchiglia); qui ritrova il principe russo, ma un equivoco rovina la loro relazione appena iniziata. La giovane cantante conosce a questo punto anche il tenore Silvani (personaggio di finzione, lo interpreta Gino Sinimberghi che nella vita reale era davvero un tenore, con molti film d'opera al suo attivo). Silvani aiuta molto Lina, e quando siamo a un'ora e sedici minuti dall'inizio del film arriva finalmente una scena d'opera, con Tosca: a dirigere l'opera di Puccini c'è proprio il maestro Doria, ancora molto innamorato di Lina e sempre molto geloso. Durante una di queste recite Lina si ritrova, come Elvira nell'Ernani, ad avere tre uomini contemporaneamente nello stesso luogo che la desiderano: Doria, il principe russo, Silvani. Lina dice che sposerà Silvani, deludendo gli altri due. A 1h24 dall'inizio vediamo il tenore Silvani (la voce è quella di Sinimberghi) in scena, con "E lucevan le stelle" e tutta la scena della fucilazione. La voce femminile che si ascolta è sempre di Gina Lollobrigida. Finisce che Silvani muore per davvero, un colpo di pistola "di tipo moderno" mischiato con i fucili a salve del finale di "Tosca"; a ordire il tutto è stato il gelosissimo Doria, ma Gina/Lina ne incolperà il principe russo. La carriera di Lina prosegue, sempre con Doria al suo fianco, a New York (Fedora di Giordano, Manon Lescaut, Traviata, ma mai più Tosca). Su invito dello zar, Lina e Doria vanno a San Pietroburgo dove Lina ritrova il suo principe (scena in cui il principe è in guerra come alto ufficiale, ma trova comunque il modo di vedere Lina) che però è sconvolto al pensiero di essere stato accusato per l'omicidio di Silvani. La reazione del principe fa pensare Lina, che comincia a intuire la verità. Davanti allo zar, nel teatrino di corte, Lina chiede di eseguire Tosca; come nell'Amleto, la recita smaschererà il vero colpevole. Alla fine Doria dovrà ammettere le sue colpe, e Lina sposerà l'amato principe. Qui finisce il film.


Per togliermi qualche curiosità, vado a vedere su wikipedia: Lina Cavalieri in effetti sposò un principe russo, di nome Baryatinski, nel 1899; i due divorziarono subito perché lui voleva che si ritirasse dalle scene. Ebbe altri quattro mariti, tra i quali Lucien Muratore (un attore, che la introdusse al cinema) e un membro della famiglia Campari. Lina Cavalieri morì a Firenze nel 1944, vittima dei bombardamenti.
La fucilazione "vera" sulla scena a noi posteri fa pensare al tenore Fabio Armiliato, ferito ad una gamba proprio durante questa scena, nel 1995 allo Sferisterio di Macerata; nel 1955, quando fu girato il film, Armiliato non era ancora nato. In questo film, chi spara è meglio di Clint Eastwood: Silvani viene fatto secco sul colpo, con estrema precisione nonostante la distanza.
Gina Lollobrigida più che interpretare la Cavalieri fa le solite cose "da Lollobrigida", è una presenza vivace e può divertire, ma non me la sento di dire molto di più. Il regista Robert Z. Leonard ha una lunghissima carriera che parte addirittura del 1908 (come attore) e dal 1913 (come regista) e termina nel 1957. Non ha diretto capolavori, è stato un buon regista commerciale. Il film è stato girato nella Reggia di Caserta (che simula la residenza dello zar a San Pietroburgo), chi la conosce può divertirsi a riconoscerne gli interni e gli esterni.
 
In conclusione, la sensazione (netta) è che ai produttori di questo film l'opera lirica non interessasse più di quel tanto. A dirla tutta, guardando "La donna più bella del mondo" mi è tornata in mente una striscia di Mafalda e la porto qui come commento finale. Già, esiste altro al mondo?
 
PS: le immagini che riporto qui, comprese quelle della vera Lina Cavalieri, sono state prese in rete; ringrazio molto chi le ha rese disponibili.
 
 

martedì 14 novembre 2017

Baby boom ( II )


2.
A proposito di pensioni, succede che un giorno si titoli che il personale di scuole e poste è anziano (cioè tra i 50 e i 60) e il giorno dopo o magari sulla stessa pagina o nello stesso momento si dica che è necessario portare l'età pensionabile a 65 o 67 anni. Un modo di ragionare un tantino schizofrenico: se la gente deve lavorare fino a settant'anni, si smetta di dire che i lavoratori di cinquant'anni sono una stranezza, si accetti il fatto per quello che è, cioè una naturale conseguenza del fatto che a cinquant'anni si debba continuare a lavorare ancora per molto tempo. Entrate in una scuola o in un ufficio postale e trovate cinquantenni e sessantenni? Ebbene, è del tutto normale che sia così, abituatevi e non andate in giro a scrivere cretinate.

 
Sulle pensioni c'è anche un equivoco di fondo che non viene mai portato alla luce con chiarezza: una volta detto che il controllo dei conti è fondamentale, e che non dovrebbero esserci ruberie da parte di chi li amministra, la pensione pubblica nasce per dare una buona aspettativa di vita a chi non può lavorare. Il concetto prevalente, quello di "hai messo questi contributi ti spetta questa pensione", è invece quello degli assicuratori privati: che mirano ad avere un guadagno, e quindi non assicurano chi più ne avrebbe bisogno. Questi conti non si fanno alla Difesa, per esempio: che è importante, fondamentale, si pensi solo al lavoro quotidiano dei Carabinieri. Non è che ci si aspetti che i Carabinieri producano reddito, si finanziano con le tasse; e questo è il principio di uno Stato come si deve. Lo stesso principio vale, o dovrebbe valere, per sanità, pensioni, sicurezza dell'ambiente, scuola. Invece di ragionare sui fatti, noto invece che si finisce sempre per mettere in scena una lotta generazionale, "i giovani che pagano la pensione ai vecchi" (vecchio trucco, ma funziona sempre con i boccaloni, che abbondano) e anche in questo caso si tira sempre fuori la storiella del "baby boom". Nel campo pensionistico, per chi non lo sapesse (ma i giornalisti professionisti dovrebbero saperlo) ci sono state ruberie e malversazioni come nelle grandi banche: è da queste cose che arriva il deficit dell'Inps, e non dirlo significa essere conniventi. E, soprattutto, il lavoro è sempre più precario e malpagato: i contributi per la pensione quindi sono sempre meno, in futuro il problema scoppierà con grande potenza - ma chi parla più dei problemi reali?

Un'altra "spiritosaggine" (non riesco a chiamarla in altro modo, senza censurarmi) è quella dei "partiti tradizionali". Quando ci sono le elezioni c'è sempre qualcuno che commenta sui "partiti tradizionali": ma dove sono questi partiti tradizionali? I partiti degli ultimi 25 anni in Parlamento sono cangianti, mutevoli, nuvole inconsistenti, hanno nomi che non spiegano nulla (Forza Italia, Fratelli d'Italia, Movimento 5 stelle...) oppure cambiano continuamente nome e direzione politica (DS, PDS, PD...). La realtà, alla faccia dei "partiti tradizionali", è che quando io ho cominciato a votare avevo a disposizione un Partito fondato da don Sturzo e De Gasperi, un Partito fondato da Antonio Gramsci, un altro da Filippo Turati e un altro ancora da Benedetto Croce, mentre negli ultimi venti o venticinque anni (in Lombardia da 22 anni ininterrottamente) siamo stati governati da partiti fondati da condannati in via definitiva a pene detentive per corruzione, mafia, truffa ai danni dello Stato, oppure da leader fondatori che rubavano dalle casse del loro stesso partito. Se questi sono "partiti tradizionali"... forse è il caso di ripensare un po' alle parole che si usano.
 
 
Nelle ultime elezioni sono tornate ancora una volta definizioni che forse avevano un senso 50 o 70 anni fa: ma Don Camillo e Peppone (personaggi del 1948) oggi vivrebbero in una Brescello dove il consiglio comunale è stato sciolto per mafia, mentre nella "Stalingrado d'Italia", tra Sesto San Giovanni e Arese, al posto delle grandi fabbriche è stato aperto l'ipermercato più grande d'Europa. Eppure, anche i cronisti più giovani continuano a ripetere cose senza senso. Se invece provassero a ragionare sui luoghi comuni salterebbero fuori altre sorprese (si fa per dire): per esempio si scoprirebbe che il comune di Parma (l'Emilia rossa! i cumunisti!) è governato dalla destra da ormai 25 anni. Ma, è ovvio, tirare in ballo per l'ennesima volta Don Camillo e Peppone è molto più comodo e sbrigativo, forse anche consolatorio (non si sa bene per chi, consolatorio: nel frattempo la corruzione e la 'ndrangheta sono arrivati anche a Reggio Emilia, e basterebbe leggere le sentenze dei tribunali per saperlo).
Tutto questo ci dovrebbe portare a chiederci che senso abbiano davvero le parole che usiamo, magari con l'aiuto del dizionario. Per esempio, se in Cina ci sono dei miliardari e dei poveri sfruttati non può essere comunismo, se ci sono morti a centinaia nel Mediterraneo e te ne freghi o ne gioisci non puoi dirti Cristiano (se in generale te ne freghi del tuo prossimo...), se fai politiche contro i lavoratori non puoi essere di sinistra (il PD di Renzi), se c'è fascismo non c'è democrazia (incompatibilità assoluta, ma i neofascisti si atteggiano a vittime e rivendicano la libertà d'opinione: andate a chiedere a Gobetti cosa ne pensa).
 
 
L'aggettivo "tradizionale" è usato a sproposito anche in altre situazioni: per esempio l'agricoltura "tradizionale" contrapposta al "bio". L'agricoltura tradizionale non usa i concimi artificiali, che sono stati inventati e diffusi da meno di cent'anni (si può fare una ricerca sul nome di Fritz Haber, volendo), se si parla di concimi chimici bisognerebbe dire "agricoltura industriale". La definizione "bio", ormai un vero e proprio marchio di fabbrica, è l'abbreviazione di "biologico" ed è una parola che usata in questo modo fa inorridire chi ha studiato anche solo un po' di chimica, così come l'uso disinvolto di termini come "DNA" ("ce l'ho nel dna" magari detto di squadre di calcio...) e altri ancora. Si vorrebbe un minimo di attenzione alle parole che usiamo. Usato così, il termine "bio" diventa "il nuovo" secondo le tecniche del marketing, cioè la scusa per vendere a un prezzo maggiore (anche due o tre volte) le stesse cose che prima non avreste mai acquistato. Ma l'agricoltura tradizionale - conviene ripeterlo - è quella senza concimi chimici e senza ogm, qui si stanno cambiando le carte in tavola, per l'ennesima volta. Se si vuole essere tutelati, bisogna sapere che in Italia abbiamo leggi all'avanguardia nel settore, e magari imparare a leggere le etichette, che queste leggi impongono. Nel mio piccolo, in un blog precedente, avevo cominciato a scriverne anch'io, avevo dei lettori e dei lettrici, qualcosa dunque si può fare; ma poi arriva la pubblicità in tv e tutto diventa una battuta, "lezioni d'etichetta", nello spot di non so più che cosa. La disinformazione passa anche attraverso queste cose qui.

Altre cose che mi fanno perdere speranza riguardo alla professionalità e alla buona fede di chi conduce i mass media: 1) guerre e terremoti dimenticati, dopo qualche giorno non se ne parla più- L'elenco sarebbe molto lungo, mi limito a riportare qui la vignetta di Biani sugli incendi in Valsusa (pochi giorni fa, evento terrificante e già dimenticato). Questa vignetta è l'unico accostamento che ho visto fra l'alta velocità in Valsusa e gli incendi. A parte Biani, gli altri si sono tutti dimenticati del cantiere che ha fatto tanto parlare per anni, non se ne parla proprio più. 2) Il terremoto di Ischia: chi se lo ricorda più? Non è stato nel 1899, è stato ieri e se ne è parlato tanto, ma è già dimenticato. Si è parlato tanto in quell'occasione anche di case abusive, ma nessuno è andato da Tremonti a chiedergli un parere sui tanti condoni dei suoi dieci anni di governo. Così come nessuno è andato da Toti, governatore della Liguria, a chiedergli come si sente nel far parte di un partito che ha fatto tutti quei condoni: in Liguria ci sono state tante alluvioni e tante frane, morti provocate dalla speculazione edilizia. Il partito di Toti ha fatto tre condoni edilizi catastrofici, forse bisognava dirlo prima delle elezioni, ma chi ne parla più. 3) Allo stesso modo, Berlusconi è stato condannato a quattro anni di carcere per truffa ai danni dello Stato, ma nessuno lo ricorda, neanche Repubblica ed Espresso. Il risultato è che un condannato per truffa ai danni dello Stato torna in tv e fa propaganda e decide le elezioni; in questo contesto non ha più molto senso lamentarsi dei "politici ladri". Se si votano i ladri conclamati, c'è qualcosa che non funziona nella testa degli elettori, e soprattutto nella loro memoria. 4) Siamo reduci da una eccezionale siccità, ma si fanno nuove strade (più asfalto, più cemento, meno acqua nelle falde) e si chiedono più parcheggi; le nuove strade come la Pedemontana vengono definite "ecocompatibili" perché scorrono in un tunnel. Questo significa che, non contenti di aver impermeabilizzato il suolo, siamo passati a impermeabilizzare anche il sottosuolo, e per molti chilometri d'estensione. Alla faccia dell'ecocompatibilità. 5) C'è ancora chi pensa di calcolare il rapporto della lira con l'euro con il fattore 1926,37. Fateci caso, sono davvero tanti, perfino gli economisti in tv. E' come se andassimo a cambiare il nostro denaro in franchi svizzeri o in dollari e chiedessimo "però voglio il cambio del 1995, che era più conveniente". Vi guarderebbero come dei pazzi, il cambio cambia di giorno in giorno, e chissà come sarebbe oggi il cambio fra lira ed euro. Altro che 1936, 27 (o quel che era), magari per comperare un euro ci vorrebbero centomila lire. Fantascienza, ragionamenti astrusi? Mica tanto...
 

Infine, per chiuderla qui, mentre scrivo è passato da poco il 2 novembre, ma qui tutti hanno parlato solo di halloween, e delle maschere da zombies. Ma io il 2 novembre penso ai miei cari che non ci sono più, agli amici, ai vicini di casa, ai colleghi di lavoro che ho frequentato per anni, a mio padre. Il 2 novembre è la commemorazione dei defunti, il ricordo di un sorriso di una persona cara e non una maschera da zombie. Allo stesso modo, il primo novembre è la festa di tutti i Santi: che non è un modo di dire, dietro ci sono Francesco d'Assisi, Teresa di Calcutta, padre Kolbe.
 
PS: Questo è un blog di musica e chiudo con la musica: in un quiz tv si chiede quale strumento si suona con l'archetto e le risposte possibili sono quattro. Il primo concorrente sceglie il mandolino, il secondo la chitarra, il terzo il pianoforte. Rimane solo una risposta possibile, finalmente ecco la risposta esatta: il violino!!! Viene da piangere, ma da quanto tempo è che non vedete un violino su una delle grandi reti tv, o su un social network? Mesi, anni, decenni, possono passare senza che la musica abbia posto nella vita di una persona. Ventenni, trentenni, quarantenni cresciuti con questi mezzi d'informazione non sanno neanche più che una chitarra si suona con l'archetto. (ops!) (I'm sorry...)


 
(le immagini vengono da "Orizzonti di gloria" di Stanley Kubrick, tanto per ricordare a chi parla di "baby boom" un'altra delle ragioni per cui i nati degli anni 50 e 60 sono ancora così tanti: da settantadue anni, in questa parte del mondo, non si fanno guerre. Speriamo che le nuove generazioni riescano a fare altrettanto, i film come questo servono anche come lezione di vita - a noi questo film è servito, e molto). (la vignetta di Biani viene dal sito del "Manifesto", Topolino è in "Haunted house" del 1929, il timpanista viene da un mensile di musica degli anni '80, la vignetta a colori era on line ma senza indicazioni sulla provenienza)

domenica 12 novembre 2017

Baby boom ( I )


1.
Quando si cominciò a parlare di "baby boom", cioè di tutte le persone nate fra gli anni '50 e i primi anni '60, mi venne spontaneo pormi qualche domanda. Mi venne spontaneo anche perché io faccio parte di quel contingente, e quindi posso dire di essere informato sui fatti: in quel periodo sono nati tanti bambini, c'è stato un boom della natalità insomma. Lo si ripete ancora, e lo si dà per scontato: ma a me basta pensare alle generazioni precedenti alle mie, cioè ai miei genitori e ai miei nonni, per accorgermi che c'è qualcosa che non va in quel ragionamento. Per le generazioni precedenti alla mia, era frequente sentir parlare di sei, nove, dieci, perfino diciassette figli. A casa mia siamo tre, e anche tra i miei coetanei e compagni di classe il numero era più o meno quello; due mie cugine erano figlie uniche, i miei vicini di casa avevano due figli, mio cugino aveva due figli, insomma il conto non torna. Le cose cominciano a diventare chiare quando si completa il discorso che facevano quasi sempre i nostri nonni: erano frasi del tipo "nove figli, sei sopravvissuti". Sì, non è stato un "baby boom" quello degli anni '50 e '60, ma un calo della mortalità infantile. Sulfamidici e antibiotici, disponibili solo dalla fine degli anni '40, e i vaccini, e i dispensari dove si faceva prevenzione contro la tubercolosi: un lavoro capillare e meticoloso che ha ridotto moltissimo la mortalità infantile. Oggi viviamo in un mondo dove una donna che muore di parto è uno scandalo che finisce subito nel telegiornale nazionale: ma non era così prima degli anni '50 del Novecento. Insomma, "baby boom" è un ragionamento che non funziona, e basta poco per rendersene conto: noi "bambini degli anni '50" siamo sopravvissuti in tanti, e questo grazie ai vaccini e agli antibiotici. Poi, dopo, a partire dalla fine degli anni '60, sono arrivati gli anticoncezionali e da qui comincia il calo della natalità che dura ancora oggi.

Ecco dunque il primo dei luoghi comuni che si sentono ripetere ogni giorno, spesso a vanvera. Sono tanti, denotano pigrizia e superficialità, e mancanza di professionalità se a ripeterli sono giornalisti di mestiere. A me dà molto fastidio sentirli ripetere in continuazione, anche quando è evidente che sono cose superate o mai state vere. Mi esercito quindi a smontarne qualcun altro, pur sapendo che è un esercizio del tutto inutile, viste le teste che circolano oggi nel mondo dell'informazione professionistica. Nei social media è molto peggio, ma qui non si tratta di professionisti. Vado dunque avanti con il mio elenco di pigrizia, ignoranza, malafede, superficialità, e quant'altro ancora. Avverto soltanto che è un elenco lungo, chi mi legge dovrà avere un po' di pazienza e di costanza.
 

Anna Frank è come Yara Gambirasio: una ragazza, poco più che bambina, rapita e uccisa in modo atroce. Nelle fotografie, Yara ha più un aspetto da bambina e Anna Frank sembra più donna, ma la differenza d'età è davvero poca. Ci vuole tanto a dirlo? Invece in questi giorni, dopo la stupidità dimostrata da un gruppo di tifosi di calcio, ho letto e ascoltato tanti balbettamenti, tanto girare in tondo ripetendo frasi fatte, perfino degli ammiccamenti e dei tentativi di sminuire il fatto. In questi casi io non vado nemmeno a discutere, chi ride o scherza su questi argomenti va emarginato e rieducato. Invece, non solo non va così ma passa perfino il messaggio (passa perfino su giornali come Repubblica o sul Corriere) che "per combattere la criminalità serve il fascismo": nel 1924, agli inizi del fascismo, ci fu chi portò in Parlamento le prove delle ruberie fasciste, lo scandalo di una Banca molto simile a quelle che succedono oggi. Fu ucciso dai fascisti, cioè ucciso dai criminali per nascondere i crimini. Il nome, per chi se lo fosse scordato, è Giacomo Matteotti. Matteotti, Gobetti, don Minzoni, e le decine e centinaia di Yara Gambirasio o di Anna Frank rapite e uccise in modo atroce dai fascisti e dai nazisti loro alleati. Ci vuole così tanto a dirlo?
L'altra fesseria che è circolata in questi giorni, senza essere respinta in modo deciso (gran brutto segnale) è quella sull'Italia che nel ventennio sarebbe stata rispettata nel mondo: la verità storica più che documentata è esattamente all'opposto, ad essere rispettata e a far parte delle grandi organizzazioni mondiali (Onu, Nato, Unesco, UE, G8 e G10, e quant'altro ancora) è stata l'Italia di De Gasperi e di Togliatti, di Moro e di Berlinguer, perfino quella di Andreotti. L'Italia del buce finì isolata e sconfitta, tra rovine non metaforiche ma reali, stragi, la vergogna delle leggi razziali. Mi meraviglio sempre nel vedere questi balbettamenti: è il periodo storico più documentato di tutte le epoche, non ci sono né dubbi né segreti. Così come non ci sono dubbi sulle stragi degli anni in cui sono cresciuto io: da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, dall'Italicus alla strage della stazione di Bologna, le indagini e le sentenze parlano chiaro e indicano come colpevoli i diretti antecedenti di Forza Nuova e di Casa Pound. Non è che ci sia molto da discutere, basta informarsi; che ai giornalisti professionisti "sfuggano" queste nozioni elementari è davvero preoccupante.

Rimanendo nel campo calcistico (il calcio, purtroppo, è diventato il vero e proprio ambiente naturale della stupidità), impossibile non pensare alla serena superficialità che ha accompagnato il passaggio delle squadre di calcio milanesi a proprietari cinesi. Una cosa stupida da dire è sicuramente "Berlusconi ha venduto ai comunisti": se sono miliardari e buttano via milioni di euro comperando calciatori non possono essere comunisti, sarebbe una contraddizione in termini. Ma più stupido ancora è dire "adesso che arrivano i cinesi ci sono i soldi, l'Inter e il Milan compreranno tanti calciatori e vinceranno lo scudetto": se lo dice un bambino di sei anni posso ancora accettarlo, ma sentirlo dire e ripetere da adulti in tv è veramente sconsolante. Un giornalista vero si chiederebbe invece come mai a Milano non ci sono più industriali disposti a prendere in mano le sorti di due squadre di calcio così famose e popolari, si interrogherebbe sui nuovi grattacieli tutti di proprietà degli emiri arabi, sui palazzi storici del centro di proprietà cinese, sul perché si voglia far somigliare Milano a Dubai ("la nuova skyline di Milano"), e tanto altro ancora. Ci sarebbe da fare indagini per mesi e mesi, per un giornalista serio.
Sempre in ambito calcistico, quest'estate ho trovato perfino qualcuno che ha giustificato l'enorme esborso del Paris St Germain per il calciatore Neymar, più di duecento milioni di euro oltre all'ingaggio. Il cretino che giustifica tutto si trova sempre, ma qui l'argomento interessante (tanto per rimanere in tema su chi siano i proprietari delle squadre di calcio) è che il Paris St Germain è di proprietà di emiri che speculano sul gas che usiamo per il riscaldamento. Dato che anche un'altra squadra di calcio "di quelle che spendono tanto", il Chelsea di Londra, è di proprietà di un monopolista del gas (il russo Abramovich), trovo strano che nessuno abbia detto che usiamo la bolletta del gas per pagare l'ingaggio di Neymar e di Morata, come prima accadeva per Ibrahimovic (quest'ultimo a Milano, tanto per chiudere il cerchio).
Memorabili, in questi giorni, anche le teste fra le nuvole davanti alle parole dell'ex calciatore Mihajlovic, oggi allenatore del Torino: prima si dichiara offeso perché dagli spalti gli gridano "serbo" e "zingaro", poi a domanda precisa risponde che non sa chi sia Anna Frank "perché ieri non ho letto i giornali". Ora, "serbo" è il nome degli abitanti della Serbia; dato che Mihajlovic è serbo, mi chiedo dove sia l'offesa, è come se io mi offendessi se mi dicessero che sono comasco, essendo nato a Como. Anche per "zingaro", non so se Mihajlovic sia di etnia zingara, ma è comunque il nome di un popolo, non è che di per sè sia un insulto e magari sarebbe anche ora che i giornalisti professionisti (almeno loro) si informino un po' sulle parole che usano, magari usando un dizionario (lo Zingarelli? perché no, è uno dei più importanti della lingua italiana...). Del resto, non che queste cose mi stupiscano: mi fanno star male, ma so come funziona e quando ho provato a dire a un blogger interista che non era il caso di usare con superficialità frasi come "Se non ora quando" mi sono visto rispondere che non sapeva fosse il titolo di un libro e che comunque "non è che deve star lì a sapere tutte le volte che è stata detta prima una certa frase". Dato che "Se non ora quando" è il titolo di un libro di Primo Levi, che poi si arrivi così facilmente all'ignoranza anche su Anna Frank non può più stupire, e le colpe sono in primo luogo di chi, ormai 24 anni fa, decise che era ora di "sdoganare" i neofascisti. Da lì è cominciata tutta questa frana, ormai difficile da rimettere in sesto.
 

Infine, la musica: una mattina di fine ottobre accendo la tv alle otto per cercare una notizia sul televideo e vedo intanto qualche immagine al tg che potrebbe interessarmi. Si tratta del ritrovamento di lettere di Giuseppe Verdi ad Arrigo Boito, e quando il servizio finisce l'ineffabile conduttrice del TG1 dice: «...e adesso parliamo di musica.» Forse era andata un attimo in bagno e non ha visto cosa stavano trasmettendo? un bisogno improvviso, si sa, può capitare anche alle persone giovani. Ma se si parla di Verdi e di Boito in che categoria di notizie siamo, secondo il TG1? Forse la politica estera? Il "servizio successivo", detto fra di noi, non parlava di musica ma di una delle tante figurine del Festival di Sanremo. Così funziona la disinformazione, un po' a tutti i livelli e toccando tutti gli argomenti possibili e immaginabili.


(1-continua)

(le immagini vengono dal "Pinocchio" di Comencini; il football è di Mordillo, la musica travolta dalla palla è ovviamente di Charles Monroe Schulz, la partitura "disaster", trovata in rete, non aveva purtroppo definizioni precise)

venerdì 10 novembre 2017

La Gioconda (1953)


 
La Gioconda (1953) Regia di Giacinto Solito. Tratto liberamente dall'opera di Amilcare Ponchielli e Arrigo Boito; soggetto originale di Victor Hugo. Sceneggiatura di Arpad De Riso, Vana Arnould, Giacinto Solito. Fotografia di Arturo Gallea. Musica di Amilcare Ponchielli, arrangiata da Tarcisio Fusco. Direttore d'orchestra Armando La Rosa Parodi. Voci di Giuseppe Campora e Antonio Manca Serra. Interpreti: Alba Arnova (Gioconda), Paolo Carlini (Enzo), Pina Cei (madre di Gioconda), Elena Kleus (Laura), Peter Trent (Alvise Badoero), Vittorio Vaser (Barnaba), Vira Silenti (Lisetta), Luciano Rebbegiani (Marco), Gino Scotti (Jacopo), Michèle Sorel (Donata), Nora Visconti (Graziella), Attilio Dottesio, Augusto Di Giovanni Durata: 1h15'

"La Gioconda", film del 1953 con regia di Giacinto Solito, ripercorre l'opera di Ponchielli prendendosi però molte libertà. Non è un film d'opera, è un film recitato, con attori, anche se contiene una parte delle musiche dell'opera. Nel dettaglio, mancano del tutto le arie della protagonista; ascoltiamo solo le arie per baritono e tenore, niente voci femminili. Nel finale c'è la danza delle ore, ma è tutto appena accennato, non c'è un'aria o una scena per intero. "Cielo e mar" è cantata da un amico di Enzo Grimaldo, "Pescatore affonda l'esca" diventa un coro all'osteria, la danza delle ore si ascolta verso il finale, a 1h04, senza Gioconda; il balletto dura solo pochi istanti e poi la musica fa da sottofondo al duello fra Enzo e Badoero, che chiude il film.
Molte anche le differenze nella parte narrativa: prima di tutto Gioconda è una danzatrice e non una cantante, probabilmente a causa della presenza come protagonista di Alba Arnova, ballerina prima che attrice. Altri cambiamenti importanti rispetto all'opera di Ponchielli: Gioconda tradisce Enzo per gelosia, tutto il contrario di quanto succede nell'opera, e poi viene uccisa mentre tenta di difendere Enzo, non c'è quindi il suicidio che dà luogo a un duetto e a un'aria tra le più famose del teatro d'opera ottocentesco. Cambia anche il personaggio di Barnaba, non più così cattivo e molto meno simile allo Iago verdiano che Arrigo Boito scriverà di lì a poco; il vero cattivo (ma neanche poi tanto, è elegante e innamorato) nel film è Alvise Badoero.
Il film è in bianco e nero, dura solo un'ora e un quarto, ha buon ritmo narrativo e buona regia. Bravi gli attori e le attrici. Alba Arnova all'anagrafe è Alba Fossati, italiana nata a Buenos Aires nel 1930, inizi come prima ballerina al Colon di Buenos Aires, poi grandi successi in Italia con Garinei e Giovannini, presente anche agli inizi in Rai. E' una protagonista convincente, spiace che non le abbiano più affidato ruoli importanti. Paolo Carlini (Enzo) è stato un attore molto amato, soprattutto per gli sceneggiati Rai nel periodo successivo. Meno noti ma molto bravi gli altri. Peter Trent, che interpreta Alvise Badoero, somiglia molto a John Steiner, attore molto presente nel cinema italiano degli anni '60 e '70. Giacinto Solito, napoletano, ha al suo attivo molti film come sceneggiatore e quattro film come regista; il più famoso è probabilmente "Il fornaretto di Venezia", di qualche anno precedente. La Venezia di questo film ricorda molto quella di Orson Welles per "Othello", di un solo anno precedente.
Il film è visibile su youtube; per chi volesse fare raffronti metto qui sotto un riassunto dell'opera di Ponchielli (su libretto di Arrigo Boito, che usò lo pseudonimo-anagramma di Tobia Gorrio), preso dalla Garzantina della Musica. "La Gioconda" fu rappresentata per la prima volta nel 1876, alla Scala; il soggetto proviene da un dramma di Victor Hugo, "Angelo tiranno di Padova".
ATTO PRIMO: La cantante Gioconda (soprano) ama Enzo Grimaldo (tenore), un nobile genovese proscritto che che si nasconde a Venezia fingendosi semplice marinaio, ed è a sua volta amata dal cantastorie Barnaba (baritono) che è una spia del Consiglio dei Dieci. Barnaba fa arrestare la madre cieca di Gioconda (contralto) che verrà liberata per intercessione di Laura (mezzosoprano) moglie del nobile e potente Alvise Badoero (basso) .
ATTO SECONDO: Enzo e Laura si amano e decidono di fuggire insieme; Barnaba li denuncia ma Gioconda riesce a salvarli.
ATTO TERZO: Alvise per vendicarsi del tradimento della moglie Laura tenta di avvelenarla; ancora una volta Gioconda interviene per salvare Laura sostituendo al veleno un sonnifero. Durante una festa in casa Badoero, il nobile tradito mostra un catafalco sul quale giace Laura, apparentemente morta. Enzo, sconvolto dal dolore, si rivela pubblicamente e viene arrestato; Gioconda lo farà liberare promettendo a Barnaba di darsi a lui.
ATTO QUARTO: Laura ed Enzo vengono liberati e fuggono insieme. Barnaba chiede a Gioconda di mantenere il patto, ma Gioconda si uccide.

 

mercoledì 8 novembre 2017

Marguerite (2015)


 
Marguerite (2015) Regia di Xavier Giannoli. Scritto da Xavier Giannoli, Marcia Romano. Fotografia di Glynn Speeckaert. Musiche di Interpreti: Catherine Frot (Marguerite), André Marcon (marito di Marguerite), Christa Theret (Hazel), Denis Mpunga (Madelbos), Michel Fau (il tenore), Sylvain Dieuaide (Lucien), Aubert Fenoy (Kyrill), e molti altri. Durata: due ore.

"Marguerite" di Xavier Giannoli, uscito nel 2015, è ispirato alla vita reale dell'americana Florence Foster Jenkins (1868-1944). Non è una biografia propriamente detta, l'azione viene spostata in Francia, più o meno nello stesso periodo delle registrazioni su disco della Foster Jenkins (il film è ambientato nel 1921) e quasi tutti i personaggi sono di fantasia, seppure molto ben inseriti nel contesto storico. E' un bel film, ben scritto e ben girato, con attrici e attori veramente ottimi.
Nel 2016, un anno dopo, sullo stesso soggetto è uscito il film di Stephen Frears "Florence" con Meryl Streep protagonista.
Florence Foster Jenkins era una ricca signora americana che pensava di poter cantare da soprano, ma era irrimediabilmente e incredibilmente stonata; non solo non se ne accorse mai (contrariamente alla protagonista del film francese) ma incise molti dischi ed ebbe un suo particolare successo che dura ancora oggi. Le sue incisioni occupano oggi due cd, e oggi sono reperibili anche su youtube, per chi volesse straziarsi le orecchie. C'è chi ride nell'ascoltarla, io amo la musica e non ci riesco e quindi ero molto diffidente verso questo film, ma mi sono dovuto ricredere sia per la delicatezza nel trattare l'argomento (siamo pur sempre dalle parti della malattia mentale, la vera Foster Jenkins non era perfettamente in salute) che per l'accurata ricostruzione storica. Inoltre, gli attori sono davvero molto bravi e molto ben scelti.

 
Mi è piaciuto il lavoro del regista Giannoli (e di tutto il cast degli attori) per la sua delicatezza nel trattare il tema e anche perché conosco da tempo un racconto che ricorda molto questa storia, "Il povero musicante" di Franz Grillparzer (1791-1872); ne porto qui una pagina, alla fine del post. Nel racconto di Grillparzer, il narratore incontra per strada un violinista mendicante, e si ferma stupito perché non riesce a riconoscere cosa stia suonando: quel violino è talmente stonato, e scordato, che è impossibile capirci qualcosa. Quello che segue è molto vicino alla vicenda di vita di Florence Foster Jenkins, la differenza principale è che il violinista di Grillparzer era molto povero mentre la signora americana (come la Marguerite del film) era molto ricca.

 
Il regista Xavier Giannoli, nella prima parte del film, prepara con molta cura l'entrata in scena di Marguerite, oltretutto presentandoci prima di lei l'esatto suo opposto: una cantante molto giovane e molto brava, di nome Hazel (l'attrice è Christa Theret, la voce non è sua). Il brano musicale, scelto con indubbia furbizia, è l'incantato e conosciutissimo duetto dalla Lakmé di Delibes. A questo punto, l'ingresso in scena di Marguerite finisce con il sembrare l'apparizione di un mostro, preparata quasi come nei film di fantascienza, "La cosa da un altro mondo", "Il pianeta proibito". L'effetto è notevole, anche per il contrasto con la dolcezza e la gradevolezza fisica di Marguerite come persona (l'attrice è la bravissima Catherine Frot). Poi però si cambia registro, la seconda parte, con le lezioni di canto, è più convenzionale ma comunque di ottima fattura.
 

Altri possibili rimandi: 1) Marguerite muore quasi come Antonia nei "Racconti di Hoffmann", una morte legata alla musica, il riconoscimento di se stessa ma stavolta nella bruttezza e non nella perfezione. 2) citazioni ripetute di "La regola del gioco" di Renoir, i rapporti con la servitù, la villa, il periodo storico; citazioni che diventano esplicite nella scena della caccia, con lo scuoiamento di un animale (sequenza molto breve, per chi fosse preoccupato). Si sottolinea che questi non sono anni facili, per la Francia e per l'Europa; è il 1921, stanno arrivando le terribili dittature che porteranno nuovamente alla guerra. 3) In alcune sequenze, il film ricorda a tratti Werner Herzog
4) infine, il nome della protagonista è identico a quello di Margaret Dumont, attrice che fu la storica "spalla" dei fratelli Marx (soprattutto di Groucho).
Gli attori: Marguerite è affidata a Catherine Frot, molto brava. Il marito di Marguerite è André Marcon, misurato, mai caricaturale, nel finale perfino commovente; ricorda molto Romolo Valli. Il nero e magnifico Denis Mpunga è il fedele maggiordomo di Marguerite (fedele a Marguerite), prestazione da grande attore. La giovane cantante Hazel è Christa Theret, volto interessante e interprete sensibile; i due giovani "maneggioni" di teatro sperimentale si chiamano Sylvain Dieuaide (Lucien) e Aubert Fenoy (Kyrill). Il tenore spiantato è Michel Fau (voce di Mario Del Monaco). Tutti gli attori del cast sono molto bravi e meriterebbero di essere ricordati, ma la lista è molto lunga e non vorrei appesantire troppo questo testo (però mi dispiace).
Mi sono segnato questo dialogo, al minuto 49, tra i versi del pavone (non è un gatto, è un pavone) e il clavicembalo ben temperato di Johann Sebastian Bach:
MARGUERITE: ...avrò bisogno di voi, Madelbos.
MADELBOS: Il mio insegnante di danza indiana mi ripeteva sempre: «la perfezione non è fare qualcosa di grande e bello, ma fare quello che si fa con grandezza e bellezza.»
MARGUERITE: Avete studiato danza indiana?
MADELBOS: Danza sacra, sì. Era un periodo duro, mi ha aiutato a dimenticare me stesso.


Dal punto di vista strettamente musicale, vediamo sul palcoscenico "I Pagliacci" di Leoncavallo, con bisticci ed insulti fra tenore e soprano. Una parte interessante per chi frequenta o ha frequentato i teatri è quella del capoclaque nano, interpretato da un attore molto bravo del quale però non sono riuscito a reperire il nome. In concerto, belle esecuzioni di musica contemporanea (per il 1921: Honegger, Trois chansons) ottimamente cantate da Sarah Bloch che dà la sua voce all'attrice che impersona Hazel. E poi c'è il teatro in stile dada-anarchista nella quale viene coinvolta la povera Marguerite, che "canta" la Marsigliese senza sapere in che guaio si sta cacciando.


L'elenco completo dei brani che si ascoltano nel film è decisamente curioso e fa pensare che sia stato preparato da un vero appassionato di musica:
- Léo Delibes, "Lakmé", Duo des Fleurs (Fanny Crouet, Sarah Bloch)
- Henry Purcell, "Come ye sons of Art", Birthday song for Queen Mary (Marie Favier Chorus: Pierre Beller, Mylène Bourbeau, Renaud Bres, Martin Candela, Emmanuel Hasler, Marine Lafdal-Franc, Magali Lange)
- Vivaldi, Allegro da "Sonata in trio in sol maggiore RV 74" (Quatuor Purcell)
- Vivaldi, Allemanda da "Sonata in do maggiore RV 754" (Quatuor Purcell)
- Vivaldi, Larghetto da "Concerto per violino, archi and basso continuo in fa maggiore RV 295" (Daniel Hope, Chamber Orchestra of Europe)
- Vivaldi, Largo da "Concerto per violino and orchestra in re maggiore RV 234 - L'Inquietudine" (Daniel Hope, Chamber Orchestra of Europe )
- Mozart, arrangiamento dell'ouverture dal "Flauto Magico" (The Swingle Singers)
- Mozart, Adagio da "Serenata No. 10, K 361" (German Wind Soloists)
- Verdi, Traviata, "Addio del passato" (Bulgarian National Radio Symphony Orchestra, dir John Landor)
- Wagner, "Die Walküre", Du zeugtest ein edles Geschlecht; Daß du mich verstanden (Astrid Varnay, Sigurd Björling, Bayreuth Festspielorchester dir. Herbert von Karajan)
- Arthur Honegger e René Morax, da "Trois Chansons": Berceuse des Sirènes, Chanson de la Poire (Sarah Bloch, Delphine Dussaux)
- Ruggiero Leoncavallo, da "I Pagliacci", "Vesti la giubba" e altre scene (Mario Del Monaco, Gabriella Tucci, Aldo Protti, the NHK Symphony Orchestra dir. Giuseppe Morelli)
- Johann Sebastian Bach, Prelude in C sharp minor, BWV 849 Prelude in E major, BWV 878 da "Il clavicembalo ben temperato" (Frédéric d'Oria-Nicolas, Pierre Chalmeau )
- Johann Sebastian Bach, arrangiamento di Leopold Stokowski: "Toccata e fuga in re minore, BWV 565" (Philharmonique de Bruxelles, dir. Ronan Maillard)
- Edgar Varèse, "Dance for Burgess" (Polish Radio Orchestra, dir. Christopher Lyndon-Gee)
- Ravi Shankar, Man Pasand (Ravi Shankar)
- Ronan Maillard: "Au bar de l'Opéra" (Woosang Kim)
- Pierre Bluteau, "L'Atelier de Touraine" (Pierre Bluteau)
- Michael Nyman, "Chasing Sheep Is Best Left to Shepherds" (Michael Nyman)
- Richard Harvey, "Nine nights" (Richard Harvey)

Le arie straziate dalla protagonista sono:
- Mozart, Der Hölle Rache da "Die Zauberflöte"
- Mozart, Voi che sapete da "Le Nozze di Figaro"
- Bellini, Casta Diva da "Norma"
- Bizet, Habanera da "Carmen"
- La Marseillaise, di Rouget de Lisle
(Virginie Gattino voce, Delphine Dussaux piano)
 
 
Il mio pensiero finale è comunque che questo film, in tv, verrà visto da gente che non è capace distinguere fra parodia, stonatura, e canto vero d'opera. Purtroppo, la maggior parte delle persone che io conosco sono così; Florence Foster Jenkins e Marguerite, infatti, non sono sole a questo mondo, ma in solida e nutrita compagnia.
 
« (...) ciò che sonava sembrava una sequela inconsistente di suoni senza ritmo e senza melodia, però era tutto immerso nella sua opera: le labbra gli tremavano e i suoi occhi erano fissi sul foglio di musica che aveva davanti... sì, veramente un foglio di note! Mentre infatti tutti gli altri che sonavano meglio di lui si affidavano alla memoria, il vecchio anche in quel trambusto aveva collocato davanti a sé un piccolo leggio portatile, con certe note sudice e gualcite che probabilmente contenevano nel massimo ordine, ciò che egli faceva sentire in modo così sconnesso. L'insolita montatura che aveva appunto richiamato la mia attenzione, destava, d'altro canto, l'ilarità della folla ondeggiante che lo derideva e lasciava vuoto il cappello, mentre invece il resto dell'orchestra intascava miniere di rame. (...) Arrivato nei pressi della porticina che dall'Augarten dà sulla Taborstrasse, udii improvvisamente il noto suono vecchio violino. Accelerai i passi ed ecco, l'oggetto della curiosità stava sonando a tutto andare in mezzo a una cerchia di ragazzi che impazientiti gli chiedevano un valzer. " Suona un valzer!" dicevano. "Un valzer, non capisci?"
Il vecchio continuava a sonare e pareva non badasse a loro finché il piccolo uditorio lo piantò lì con parole di scherno e di beffa e si raccolse intorno a un altro musicante che a poca distanza di lì girava la manovella di un organino. " Non vogliono ballare " disse il vecchio quasi rattristato, raccogliendo i suoi arnesi. Io mi ero avvicinato. "I ragazzi non conoscono altre danze che il valzer" dissi. " Ma io sonavo un valzer " replicò lui indicando con l'archetto un punto del foglio. "Bisogna adattarsi anche a questo, per via della gente. Ma i ragazzi non hanno orecchio" osservò scotendo il capo malinconicamente. »
 


Questo brano viene da "Il povero musicante", un racconto del 1838, opera dell'austriaco Franz Grillparzer. Nel racconto il narratore procede per le vie di Vienna in una sera di festa, e tra i tanti musicisti che si esibiscono sulla via nota questo anziano signore, molto distinto. Non può non notarlo: di quello che suona non si capisce niente, eppure ha la musica davanti, e la legge con attenzione. La storia prosegue con il racconto della vita del povero musicante, e con la sua morte, in uno stile tipicamente romantico.
«(...)Non avevo potuto parlare con lui un'ultima volta; né domandargli perdono per tutti i crucci che gli avevo procurato, né ringraziarlo dei favori immeritati... sì, favori! Poiché le sue intenzioni erano buone e io spero di ritrovarlo un giorno dove saremo giudicati secondo le nostre intenzioni e non secondo le nostre opere. (...) »
E' un personaggio che mi è rimasto dentro, al di là della bellezza del racconto: perché anche noi siamo come il povero musicante, crediamo di suonare una musica meravigliosa ma non ne siamo capaci, e non lo sappiamo. Gli altri ci ascoltano, non capiscono, ci deridono o ci omaggiano per equivoco o per ignoranza; abbiamo davanti lo spartito, le regole del gioco da qualche parte ci sono, ma raramente la nostra esecuzione è impeccabile. E, anche quando è impeccabile, non è detto che sia conforme a quello che ci è stato richiesto per le nostre vite.