lunedì 15 gennaio 2018

Moonrise Kingdom

 
Moonrise kingdom (Una fuga d'amore, 2012) Regia di Wes Anderson. Scritto da Wes Anderson e Roman Coppola. Fotografia di Robert Yeoman. Musiche di Britten, Saint-Saens, Schubert. Musiche per il film di Alexandre Desplat. Interpreti e personaggi Jared Gilman (Sam Shakusky), Kara Hayward (Suzy Bishop), Bruce Willis (capitano Sharp), Bill Murray (padre di Suzy) Frances Mc Dormand (madre di Suzy), Edward Norton (capo scout), Jason Schwartzman (cugino Ben), Harvey Keitel (comandante degli scout), Tilda Swinton (Servizi Sociali), Bob Balaban (narratore), Larry Pine (signor Billingsley), Seamus Davey-Fitzpatrick (scout Roosevelt), Lucas Hedges (scout Redford). Durata: 1h25'

"Moonrise kingdom" è un film britteniano, nel senso che la parte musicale è in gran parte affidata a Benjamin Britten, con ampi estratti da The Young Person's Guide to the Orchestra, citazioni da Simple Symphony (che Britten scrisse all'età dei bambini protagonisti di questo film) e da "Sogno di una notte di mezza estate", una bella messa in scena di "Noye's Fludde" (L'arca di Noè, che però si traduce "Il diluvio", e il diluvio arriverà davvero nel finale), e due brani molto belli da "Friday afternoons".
Il soggetto, girato in modo bello e bizzarro, parla di due dodicenni, un ragazzo dall'aspetto ancora da bambino e una ragazza già più adolescente, che fuggono insieme su un'isola chiamata New Penzance (altro nome operistico, da Gilbert and Sullivan). Lui è uno scout, e sa destreggiarsi benissimo. Ci sarà un lieto fine dopo molte avventure buffe o drammatiche; a tratti il film ricorda William Golding (Il signore delle mosche) soprattutto nei conflitti fra il fuggitivo e gli altri scout che lo stanno cercando.
 

Nel film recitano molti attori bravi e famosi, ai quali siamo tutti un po' affezionati: la ragazza (Kara Hayward) è figlia di una coppia formata da Bill Murray e Frances Mc Dormand, il capo scout è Edward Norton, il poliziotto è Bruce Willis (qui molto dimesso e sottotono, molto bravo), Tilda Swinton è la terribile donna dei servizi sociali (il ragazzo protagonista è un orfano dato in affido), Harvey Keitel è il capo degli scout, e Bob Balaban è il narratore. Il ragazzo protagonista è Jared Gilman.


Il film piace anche se non tutto è proprio come dovrebbe essere, lo stile di regia di Wes Anderson anticipa di un anno "Grand Budapest Hotel" (chi lo ha visto sa di cosa stiamo parlando), New Penzance è in realtà nel Rhode Island, i personaggi non sono sempre simpaticissimi ma piacciono anche quando vorremmo prenderne le distanze, i combattimenti fra scout sono cruenti (non affezionatevi al cane...), ma il finale accontenta tutti. L'unica cosa che mi chiedo, dopo aver visto il film, riguarda il gattino della ragazza: è tornato a casa anche lui?


I due protagonisti si incontrano durante una messa in scena di "Noye's Fludde" di Benjamin Britten, i bambini di una scuola lo recitano in chiesa (secondo l'indicazione precisa di Britten) in un allestimento davvero molto bello a cui i fermo immagine non rendono giustizia. Lei è in costume da corvo (sull'arca di Noè salgono tutti gli animali) e ha una parte non secondaria, lui è nel pubblico e si annoia, quindi si alza e va dove ci sono le ragazze (è amore a prima vista).
La presenza di "Noye's Fludde"(il titolo è in inglese antico) non è una scelta casuale perché poi il diluvio arriva davvero sotto forma di un'inondazione mai vista che colpirà New Penzance (inondazione con lieto fine, è giusto ripeterlo). Il film è ambientato nel 1965.
 

Le musiche di Britten sono sempre un bell'ascolto, e c'è solo l'imbarazzo della scelta: il film si apre con i bambini che ascoltano "The Young Person's Guide to the Orchestra" (l'edizione diretta da Bernstein), che fa da sottofondo a tutto il film alternandosi con il pizzicato dalla "Simple Symphony" e da un brano corale tratto da "A Midsummer Night's Dream" sempre di Britten. Molto belli i due brani dalla raccolta "Friday afternoon": "Old Abram Brown" e il cucù.
Nel corso del film si ascoltano anche brani dal "Carnevale degli animali" di Camille Saint-Saens (la voliera) e stando attenti si può cogliere un lied di Schubert, "An Die Musik, D 547".
 

Le musiche scritte per il film, molto piacevoli e molto adatte a ciò che si vede, sono di Alexandre Desplat; il loro tema conduttore è ispirato al trecentesco e riconoscibilissimo Dies irae, fonte di ispirazione per molti grandi compositori.
Completano la colonna sonora tre brani di Hank Williams, il tema della marcia degli scout è eseguito da Peter Jarvis and His Drum Corps, e una canzone di Françoise Hardy esce dal mangiadischi della ragazza (nel 1965 Françoise Hardy era famosissima).
 

Questo è l'elenco completo delle musiche:
Benjamin Britten:
- The Young Person's Guide to the Orchestra, Op. 34 (dir. Leonard Bernstein)
- Simple Symphony, Op.4 Playful Pizzicato (English Chamber Orchestra)
- Noye's Fludde, Op.59 (Trevor Anthony, David Pinto)
- A Midsummer Night's Dream / Act 2 - On the ground, sleep sound (Choir of Downside School, Purley)
- Songs from Friday Afternoons, Op. 7 "Old Abram Brown" (Choir of Downside School, Purley)
- Songs from Friday Afternoons, Op. 7 "Cuckoo!" (Choir of Downside School, Purley)
Camille Saint-Saëns
- Il carnevale degli animali (la voliera), dir. Leonard Bernstein
Franz Schubert
- An Die Musik, D 547 (voce di Alexandra Rubner)


- Peter Jarvis and His Drum Corps : Camp Ivanhoe Cadence Medley (musica di Mark Mothersbaugh)
- Hank Williams: Kaw-Liga, Long Gone Lonesome Blues, Ramblin' Man
- Alexandre Desplat: The Heroic Weather-Conditions of the Universe, Part 1: A Veiled Mist; Part 2: Smoke/Fire; Part 3: The Salt Air; Parts 4-6: Thunder, Lightning, and Rain; Part 7: After The Storm.
- Françoise Hardy – Le Temps de l'Amour (Jacques Dutronc / Lucien Morisse / André Salvet)


 

mercoledì 10 gennaio 2018

Cabaret (1972)


Cabaret (1972) Regia di Bob Fosse. Dai racconti di Christopher Isherwood. Sceneggiatura di Jay Allen, dai testi per il teatro di John van Druten e Joe Masteroff. Fotografia di Geoffrey Unsworth. Coreografie di Bob Fosse. Costumi Charlotte Flemming. Scene Richard Eglseder, Herbert Stradel Musiche di John Kander. Cantore nella scena del matrimonio: Estrongo Nachama. Interpreti: Liza Minnelli, Michael York, Helmut Griem, Fritz Wepper, Marisa Berenson, Joel Grey, e altri Durata: 124 minuti

Nel finale di "Cabaret" di Bob Fosse (1972) assistiamo al matrimonio fra due dei protagonisti, la ricca borghese interpretata da Marisa Berenson e l'amico che di lei era innamorato. E' un matrimonio con rito ebraico, e dato che siamo nella Berlino degli anni '30 è una scelta pericolosa ma l'amore non guarda in faccia alle difficoltà e nemmeno ai pericoli. E' una scena molto breve, della quale mi ero dimenticato, o forse alla mia prima visione (ormai tanti anni fa) non ero ancora attento a questi particolari, ma vista oggi non può non colpire la vocalità del cantore della sinagoga, molto simile a quella operistica. Scorrendo i titoli di coda, o guardando su internet se trovate il cretino che taglia i titoli di coda (in tv purtroppo succede spesso) è facile scoprire il nome di quel cantore, un nome che a noi può suonare ben strano: Estrongo Nachama. Su youtube esistono suoi filmati, metto qui e qui i link per Nachama (1918-2000, nato in Grecia e vissuto a Berlino, sopravvissuto ai lager nazisti) e per altri cantori da conoscere (su youtube c'è molto). Molti tenori importanti, come Richard Tucker e Jan Peerce, hanno proprio questa origine.
La voce dei cantori delle sinagoghe è in effetti molto simile a quella operistica. Gli esperti di vocalità raccontano che Enrico Caruso, in difficoltà per alcuni passaggi di opere a cui non era abituato (Bellini e il primo Ottocento, soprattutto) ricorse all'aiuto dei cantori ebrei, a New York: nelle sinagoghe quella tecnica vocale era stata conservata, mentre era andata perduta nei cantanti di inizio Novecento, a causa dell'avvento della vocalità detta "verista" (Mascagni e Cavalleria rusticana, soprattutto). Non sono un esperto di vocalità, e qui mi devo fermare; ma la curiosità rimane ed è davvero bello ascoltare queste voci, al di là del culto in sè sono voci notevoli e di grande tecnica. Vicino a casa mia non ci sono sinagoghe, e quindi non ho esperienze dirette delle voci dei cantori ebrei; posso però aggiungere, da cattolico, che è davvero un peccato grave lo stato in cui versa la musica nelle nostre chiese - soprattutto considerando che siamo in Italia e che abbiamo una tradizione meravigliosa oltre che millenaria in questo campo. Ma qui mi fermo, non vorrei andare troppo in là con le mie considerazioni e ritorno a parlare del film.
All'origine di "Cabaret" ci sono i racconti berlinesi di Christopher Isherwood (1904-1986); la protagonista Sally Bowles non è un personaggio reale ma una sua invenzione basata su persone realmente vissute. Il film è molto famoso e fu campione d'incassi, secondo me non è abbastanza replicato oggi e temo che i motivi siano nei tempi che stiamo vivendo, molto simili a quel 1933. Protagonisti sono due giovani americani a Berlino, nel periodo tra la fine della Repubblica di Weimar e l'inizio del nazismo; lei è una cantante di cabaret, lui un giovane in cerca di se stesso, con ogni probabilità autoritratto dello stesso Isherwood. Il giovane americano (Michael York) per mantenersi dà lezioni di inglese, ed è in questo modo che conosce la ricca e bellissima ereditiera (Marisa Berenson) e un altro giovane tedesco che si innamorerà perdutamente della compagna di lezioni, credendo di non avere speranze. Si sbaglierà, felicemente: i due arriveranno al matrimonio nel corso del film, in circostanze che si preannunciano drammatiche. Sullo sfondo delle vicende personali dei protagonisti c'è l'ascesa del nazismo, le cui ambiguità e volgarità sono ben rappresentate nei numeri di cabaret con Joel Grey. Oltre a Liza Minnelli e a Michael York nel cast troviamo Helmut Griem (il barone biondo e seduttore) che poi reciterà con Visconti; Fritz Wepper (Fritz, che sposa la Berenson) diventerà poi in tv il vice dell'ispettore Derrick, ed è difficile riconoscerlo perché cambierà molto fisicamente; il suo personaggio è forse il più bello del film. Marisa Berenson, nipote del grande critico d'arte, è stata modella per Vogue e attrice in pochi film ma ben scelti, come "Barry Lyndon" di Kubrick e appunto come "Cabaret". Detto di Joel Grey, giustamente ambiguo e volgare (il nazismo aveva anche questi aspetti, come insegna anche Otto Dix e come si vede bene in "La caduta degli dei" di Luchino Visconti), tutto il cast è composto da ottimi attori ed è molto bella anche la ricostruzione d'epoca, scene, costumi, ritmo narrativo, un film davvero molto ben fatto.
Le musiche sono tutte di John Kander, con testi di Fred Ebb, compresa la canzone "nazista" che quindi non è una canzone d'epoca come sembrerebbe; la voce che la canta è di Mark Lambert. Tra le curiosità troviamo anche un suonatore di sega, la sega da falegname, suonata con un archetto; è il secondo che trovo in un film dopo "Fanny e Alexander" di Ingmar Bergman. Dato che non trovo il fotogramma giusto da Cabaret inserisco qui il fotogramma da Bergman, sempre come curiosità musicale. Delle canzoni di Kander, "Money money" e "Cabaret" sono ancora oggi molto conosciute e ascoltate.
 
Rivisto (da me) dopo un'eternità, "Cabaret" si conferma come un film di grande valore, la prova che si possono affrontare temi seri (serissimi) in modo non "pesante"; basta saper scrivere, saper dirigere, avere cultura e sensibilità e curiosità verso il prossimo... (altrimenti, meglio cambiar mestiere, non è obbligatorio fare cinema o teatro).

Qualche notizia su Estrongo Nachama, presa da un sito in inglese e da  wikipedia (non l'edizione italiana, purtroppo, che non ne parla):
Estrongo Nachama was one of the most famous Jewish cantors of the 20th century. In tracing his journey from Thessaloniki in 1918 to Berlin at the dawn of the 21st century, the author has compiled an accessible account of this outstanding artist who survived the death camps thanks to his rare talent. “I was known as the singer of Auschwitz. Not only amongst the other prisoners. […] I sang for the Kapos, I sang for the doctors of the camp, for the SS men. That’s why they threw me a piece of bread. That’s what kept me to life. That’s how I survived in Auschwitz. Just thanks to that.”
Estrongo Nachama  Born in Thessaloniki in 1918, Estrongo Nachama was deported to Auschwitz in March 1943. A few months before the end of World War II, he will be taken to Sachsenhausen concentration camp, near Berlin. In 1945, he is liberated by the Red Army men and manages to reach the destroyed German capital, with the hope of returning to Greece. A random meeting with one of his Auschwitz co-prisoners will be the cause for him to begin a new chapter in his life.
Estrongo Nachama was one of the most important Jewish chanters of the 20th century and one of the leading personalities of the postwar jewish society of West Berlin. His characteristic and rare voice was heard far past the walls of the Synagogue, in concerts all over Germany, the United States and South America. Even so, in his country, his name and his story are unknown. Following the trace of this unique human adventure, from Thessaloniki in 1918 to Berlin in the dawn of the 21st century, delving into archives, talking to his family and friends, and requesting the aid of historical sources, the writer, using the tools of a journalist’s research, composes a monograph about Estrongo Nachama. And together with the story of a survivor, she rescues a small part of our silenced collective History.
(sito Kapon editions)

 
Estrongo «Eto» Nachama, (né le 4 mai 1918 à Thessalonique, mort le 13 janvier 2000 à Berlin) est un chanteur grec puis hazzan de la communauté juive de Berlin. Nachama est le fils du marchand de grain Menachem Nachama et sa femme Oro; il vient d'une famille de Juifs Séfarades expulsés d'Espagne en 1492 et qui se sont enfuis vers l'Empire ottoman. Jusqu'à l'expropriation des biens juifs en Grèce pendant l'occupation allemande, les Nachama respectent les règles originaires d'Espagne. Après avoir été à l'école primaire juive et au lycée français, Estrongo Nachama rejoint l'entreprise de son père et devient hazzan de la synagogue à Thessalonique. Lors de la Seconde Guerre mondiale, il rejoint l'armée grecque qui est défaite au printemps 1941.
Au printemps 1943, toute la famille Nachama est déportée à Auschwitz. Les parents d'Estrongo, ses sœurs Matilde et Signora et son épouse Regina sont tués. Le talent d'Estrongo Nachama et sa voix de baryton impressionnent les prisonniers et les gardiens. Il est convaincu que le chant lui a permis de survivre non seulement à Auschwitz, mais aussi à la marche de la mort vers Sachsenhausen. Le 5 mai 1945, l'Armée rouge libère près de Nauen; Estrongo Nachama considère cette date comme son «deuxième anniversaire».
Estrongo Nachama retourne près de Berlin pour se soigner puis revenir à Thessalonique. Dans la confusion des premières semaines d'après-guerre, la mise en œuvre de ce projet est difficile. Il fait la connaissance de Lilli, une Allemande, qui sera son épouse. Grâce à elle, il fait la connaissance de la communauté juive de Berlin qui découvre son chant. Il rencontre Erich Nehlhans qui l'intègre dans les cérémonies. La communauté berlinoise souhaite faire renaître le rite ashkénaze. Nachama découvre et s'adapte à cette nouvelle culture.
En 1948, la voix d'Estrongo Nachama se fait entendre pour le chabbat sur RIAS avec le chœur de chambre puis sur Deutschlandradio. Il devient ainsi connu des Berlinois non Juifs.
Il supervise également le culte des membres juifs des forces armées des États-Unis dans la synagogue de Hüttenweg. Sa nationalité grecque lui permet d'aller librement, même après la division de Berlin en 1961, dans la partie orientale de la ville et visiter la partie locale de la communauté, en particulier dans la synagogue de la Rykestraße et son chantre Leo Roth.
Grâce à plusieurs enregistrements (entre autres avec le RIAS Kammerchor) et des concerts en Europe, en Israël et aux États-Unis, Nachama gagne une célébrité internationale. Il se sert de cette célébrité pour la compréhension et la coopération entre les juifs et les chrétiens, le dialogue interreligieux. Il donnera ainsi l'un de ses derniers grands concerts en avril 1998 dans la cathédrale de Berlin. Son fils Andreas sera rabbin.

 
Le canzoni di John Kander e Fred Ebb, da www.imdb.com :
Mein Herr (Liza Minnelli); MoneyMoney (Liza Minnelli e Joel Grey); Willkommen (Joel Grey); Tomorrow belongs to me (Mark Lambert, voce del ragazzo vestito da nazista), Cabaret (Liza Minnelli), Two ladies (Joel Grey), If you could see her (Joel Grey), Maybe this time (Liza Minnelli), Tiller girls (Joel Grey), Heirat (Greta Keller), Sitting pretty (strumentale), Don't tell mama, It couldn't please me more, Married, So what .
 

 

sabato 6 gennaio 2018

Aida 1953


 
Aida (1953) regia di Clemente Fracassi. Tratto dall'opera di Giuseppe Verdi. Riduzione musicale di Renzo Rossellini. Fotografia (colori) di Piero Portalupi. Coreografie: Margherita Wallmann. Scene: Flavio Mogherini. Costumi: Maria de Matteis. Interpreti: Sofia Loren (Aida, voce di Renata Tebaldi), Luciano Della Marra (Radames, voce di Giuseppe Campora), Lois Maxwell (Amneris, voce di Ebe Stignani), Afro Poli (Amonasro, voce di Gino Bechi), Antonio Cassinelli (Ramfis, voce di Giulio Neri), Enrico Formichi (il Faraone, voce di Enrico Formichi), Domenico Balini (il messaggero, voce di Paolo Caroli), Marisa Valenti (l'ancella, voce di Giovanna Russo), Vittorio Caprioli, Yvette Chauviré e Alba Arnova (danze), balletto del Teatro alla Scala , orchestra Rai Roma direttore Giuseppe Morelli. Durata 95 minuti

"Aida" di Clemente Fracassi, film a colori del 1953, è una buona illustrazione dell'opera di Verdi, qualcosa tra le figurine Liebig e una discreta rappresentazione in palcoscenico, magari all'Arena di Verona. E' interpretato da attori doppiati da cantanti, ed è rimasto nella memoria di chi si interessa di cinema per la presenza di Sofia Loren come protagonista, doppiata da Renata Tebaldi.
Sofia Loren ha la pelle dipinta di nero, perché Aida è etiope; è qualcosa che si fa comunemente in teatro e può stupire solo chi del teatro non sa nulla di nulla. Il teatro è maschera, travestimento, e anche dipingersi la pelle fa parte della maschera. Come Sofia Loren, anche Afro Poli (Amonasro, padre di Aida) ha la pelle dipinta di color bronzo scuro. Afro Poli era un cantante d'opera, baritono, e quindi avrebbe potuto cantare con la sua voce; ma qui recita solamente, la voce è di Gino Bechi.
Radames è interpretato da Luciano Della Marra, molto giovane, al suo primo e unico film; la voce è quella del tenore Giuseppe Campora. Sia la Loren che Della Marra appaiono piuttosto impacciati, poco credibili, più che altro figurine da fotoromanzo o da tableau vivant. Amneris è affidata a un'attrice vera, Lois Maxwell (voce di Ebe Stignani), che ha ottima presenza e fisico hollywoodiano; dagli anni '60 in su divenne famosa come interprete dei film di James Bond, la segretaria Miss Moneypenny
Completano il cast l'attore Antonio Cassinelli (Ramfis il Gran Sacerdote, voce di Giulio Neri) ed Enrico Formichi, che è probabilmente (le indicazioni non sono chiare) sia l'attore che il cantante per la parte del Re, cioè del Faraone. Si tratta quindi di un buon cast vocale, di altissimo livello per la presenza Renata Tebaldi, Ebe Stignani, Gino Bechi e Giulio Neri, e con un ottimo tenore come Giuseppe Campora. L'orchestra è quella della Rai di Roma, direttore Giuseppe Morelli.
Nella parte musicale ci sono però molti tagli, e conoscendo l'opera a memoria ci si aspetta sempre quella data parola in risposta, che poi non arriva. Devo dire che è un'esperienza abbastanza frustrante, i tagli si potevano fare meglio. La riduzione musicale è di mano di Renzo Rossellini, e si nota (oltre che per i tagli, che potrebbero non essere di sua mano) soprattutto nella scena della battaglia contro gli etiopi, tutta in esterni, che nell'opera non c'è (è solo raccontata) e che sfocerà nella famosa scena del trionfo al ritorno di Radames. Le musiche arrangiate da Renzo Rossellini per la battaglia sono riprese da temi dell'opera: per esempio l'aria di Amonasro è usata per gli etiopi, la marcia trionfale e il tema dei sacerdoti per gli egizi, e così via.
I balletti hanno parte notevole nel film, le coreografie sono di Margherita Wallmann e le prime parti toccano a Yvette Chauviré e ad Alba Arnova, c'è anche Leonide Massine. Il corpo di ballo è quello del Teatro alla Scala. Appare decisamente goffa la danza dei mori, che però ricorda lo stile di Leonide Massine nel film di Powell e Pressburger tratto dai "Racconti di Hoffmann" di Offenbach.
L'inizio vede dei cavalli correre nel deserto e poi tra le rive del Nilo (così si può immaginare la scena), in esterni, con acqua, verde, e un po' di palme per rendere il tutto più credibile.
Sono comunque belle scene, con bei costumi e bei colori; lo scenografo è Mogherini, che poi negli anni '70 girerà come regista film abbastanza banali.
Qualche dubbio viene dai costumi usati per gli egizi che, anche per via della presenza delle bighe, finiscono per somigliare ad antichi romani, o forse anche aztechi (un eco dell'Alzira?). A tratti sembra di assistere a Ben Hur, piuttosto che all'Aida.
Clemente Fracassi ha diretto come regista solo quattro film: due con Amedeo Nazzari, "Romanticismo" (1950), e "Sensualità" (1951), poi questa Aida (1953) e infine un "Andrea Chénier" (1955) che è un film recitato con musiche tratte dall'opera, protagonisti Raf Vallone come Gérard, Antonella Lualdi, Michel Auclair, Sergio Tofano e Rina Morelli (genitori di Chenier). Fracassi ha al suo attivo una lunga carriera come direttore di produzione; qui si dimostra un regista di solido mestiere, ed è comunque un'ottima cosa. Non direi che questa sua "Aida" sia un film memorabile, ma si può comunque guardare ed ascoltare ancora oggi.

martedì 2 gennaio 2018

Il Gattopardo

 
Il Gattopardo (1962) Regia di Luchino Visconti. Tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Sceneggiatura di Suso Cecchi d'Amico, Enrico Medioli, Massimo Franciosa, P. Festa Campanile, Luchino Visconti. Fotografia di Giuseppe Rotunno. Musiche di Nino Rota, con un valzer inedito di Giuseppe Verdi. Scene Mario Garbuglia Costumi Piero Tosi. Interpreti: Burt Lancaster (voce di Corrado Gaipa) Alain Delon (voce di Carlo Sabatini ) Claudia Cardinale (voce di Solvejg D'Assunta), Romolo Valli, Paolo Stoppa, Rina Morelli, Mario Girotti (Terence Hill, voce di Franco Fabrizi), Giuliano Gemma, Serge Reggiani, Pierre Clementi (figlio di Salina), Lucilla Morlacchi, Ottavia Piccolo, Ivo Garrani, Leslie French, Lou Castel, Maurizio Merli, Vittorio Duse, Ernesto Almirante, Durata: due ore e 57 minuti

Rivedendo per intero "Il Gattopardo", dopo tanti anni, ho avuto la sorpresa di trovare Giuliano Gemma che canta "Vi ravviso o luoghi ameni" dalla Sonnambula di Vincenzo Bellini, in divisa da ufficiale garibaldino e con una voce di basso che non era certamente la sua. Il fatto succede al minuto 40 dall'inizio del film, e nella sequenza immediatamente successiva c'è una banda di paese che suona brani dalla Traviata di Giuseppe Verdi (ben riconoscibile il "coro delle zingarelle"). La processione che accompagna il Principe per le vie del paese termina in una chiesa dove l'organo suona non Haendel o Bach ma "Amami Alfredo", sempre dalla Traviata. Tre scelte curiose e divertenti, che non sono menzionate nei titoli di testa e sulle quali non ho trovato notizie in rete, così non so chi sia il basso che canta sotto le sembianze di Ringo - cioè Giuliano Gemma, che negli anni immediatamente successivi avrebbe avuto la sua affermazione definitiva al cinema proprio con quel personaggio.
Si dedicherà al western, subito dopo "Il Gattopardo" anche il conte Cavriaghi, aristocratico brianzolo e garibaldino, interpretato da Mario Girotti, alias Terence Hill (e don Matteo). Terence Hill, o meglio Mario Girotti dato che appare nei titoli di testa con il suo vero nome, è doppiato da Franco Fabrizi che gli dà una erre moscia e un aplomb inaspettato in un garibaldino, e anche questo è un effetto un tantino straniante, visto dall'anno 2017.

A interpretare Concetta, che respinge le avances del delicato Cavriaghi / Terence Hill perché innamorata di Tancredi / Alain Delon, è Lucilla Morlacchi, grande attrice di teatro, qui in una di quelle parti che di regola vengono indicate come "ingrate", perché si lavora molto e si ottiene poco sia in termini di successo che di visibilità. La sorella minore di Concetta è interpretata da Ottavia Piccolo, quasi bambina, mentre uno dei fratelli, i figli maschi del Principe, è Pierre Clementi.
Un cast stellare, completato dal trio composto da Romolo Valli (il prete), Paolo Stoppa (don Calogero, padre di Angelica) e Rina Morelli (la moglie del Principe), tre attori formidabili in teatro, qui molto sacrificati da Visconti in parti da caratteristi, ma comunque molto bravi. Chi fosse curioso, provi a cercare Romolo Valli in "Il giuoco delle parti" di Pirandello (ne esiste una registrazione Rai) o magari in "Così è se vi pare", al fianco proprio di Paolo Stoppa. Questi erano gli attori su cui poteva contare Luchino Visconti per le parti considerate secondarie, e anche solo scorrendo la locandina viene da chiedersi che fine abbia fatto la grande scuola di teatro italiana, o meglio viene da chiedersi come si è interrotta la catena di grandi attori che durava ininterrottamente da secoli nel nostro Paese. Grande responsabilità ha la televisione, e soprattutto chi l'ha gestita e programmata negli ultimi trent'anni. Ma questo è un discorso che porta fuori dal film di cui sto parlando, quindi mi limito a completare il cast con i protagonisti del "Gattopardo": Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon, ai quali vanno aggiunti Serge Reggiani (don Ciccio, organista e compagno di caccia del Principe), Ivo Garrani (il generale piemontese), Leslie French (Chevalrey), e caratteristi famosi come Vittorio Duse ed Ernesto Almirante, oltre a Lou Castel e Maurizio Merli in piccole parti.

La gran parte delle musiche del "Gattopardo" è di Nino Rota, in gran forma come compositore e che ha il merito di aver recuperato un valzer di Giuseppe Verdi fino allora inedito, scritto per "I vespri siciliani" ma poi messo da parte (ne esisteva solo una copia per pianoforte). Si tratta appunto di musica da balletto: "I Vespri siciliani" fu scritta per Parigi, e i francesi volevano avere sempre musica da ballo nell'opera. Di conseguenza, per contratto Verdi (che a Parigi visse per lunghi periodi) fu "obbligato" a scriverne, cosa della quale non era particolarmente convinto, probabilmente perché i balletti allungavano troppo l'azione. Allo stesso modo, molti anni più tardi, Verdi scriverà dei balletti per "Otello", e ne aveva già scritti anni prima per "Macbeth". E' comunque musica di Verdi, e a me questi balletti piacciono anche se sono d'accordo con Verdi, rallentano troppo l'azione dell'opera.


Altre annotazioni musicali: 1) a 1h07' una versione lenta e dettagliata della Bella Gigogin, canto risorgimentale per eccellenza, ad opera dei siciliani per il plebiscito del 1860 2) a 1h28 l'abbozzo del tema musicale che poi Rota svilupperà nel "Padrino" di Francis Ford Coppola, al termine della scena tra Reggiani e Lancaster. 3) da 2h10' in avanti si ascolta il valzer di Verdi, ripreso più volte e alternato con danze composte da Nino Rota nello stesso stile. 4) a 2h48' il ballo in cerchio, mano nella mano, precede di poco quello simile nel finale di "Otto e mezzo" di Fellini (1964); in entrambi i film la musica è di Nino Rota.
Durante il ballo, così come in alcune scene precedenti, il personaggio del Principe affidato a Burt Lancaster può ricordare quello della marescialla nel Cavaliere della Rosa di Richard Strauss (che sicuramente Visconti conosceva bene), e anticipa l'interpretazione di Lancaster stesso in "Novecento" (ma qui il suo personaggio non muore). La fine di un'epoca, dunque, e anche la fine della propria personale giovinezza. L'inizio della vecchiaia, tema che toccava personalmente lo stesso Luchino Visconti in quegli stessi anni.


"Il Gattopardo" è un film e un romanzo di cui si è detto e scritto molto, io non posso far altro che rimandare a tutto quanto è già stato scritto e detto nel corso di questi ultimi cinquant'anni. Di mio, ragionando sull'oggi, posso però aggiungere qualche considerazione: per esempio la frase ormai proverbiale, "cambiare tutto perché tutto rimanga come prima", che viene citata ancora oggi e spesso a sproposito, cioè senza pensare al cambiamento che invece c'è stato, e grande. Negli ultimi anni sono state fatte molte riforme, quasi tutte più o meno sbagliate o controproducenti, e ancora si invocano e si promettono (si minacciano?) altre riforme senza minimamente accorgersi della realtà che già ci sta intorno. Per fare un solo esempio, e non dei più significativi, l'esame di maturità: che è stato reso severo, anzi severissimo, ma che poi non serve a niente. Non serve per il lavoro e non serve per iscriversi all'Università, dove sono necessari i test d'ingresso. Tanto valeva lasciare le cose come prima. E magari le pensioni: chi prenderà la pensione, se il lavoro precario non consente di mettere da parte i contributi? E tanto altro ancora, che lascio il lettore libero di immaginare. Tutto questo, tutte queste riforme, servono nella migliore delle ipotesi per prenderci in giro. La migliore, perché c'è anche un'ipotesi peggiore e cioè che tutto questo sia fatto di proposito: la gente abbocca facilmente, e questo facilita anche il terrificante ritorno dei neofascisti con le loro antiche balle mussoliniane. Negli ultimi anni, infine, non solo la 'ndrangheta calabrese si è presa anche la Lombardia (da quando c'è la Lega Nord, e forse non è un caso) e l'Emilia, (da quando non c'è più il PCI, e anche questo direi che non è un caso), ma è anche possibile che un pregiudicato, condannato in via definitiva, si presenti come moralizzatore e nessuno lo mandi a quel paese. Viene da dire che forse sarebbe ora di pensionare quella frase famosa, "cambiare tutto perché nulla cambi", e di sostituirla con un'altra frase del Principe di Salina, quella sul futuro che non potrà che essere peggiore. Non era vero quando uscì il romanzo di Tomasi Lampedusa perchè nel 1960 l'Italia era in pieno boom economico e c'erano politici magari discutibili ma comunque di buon senso, è sicuramente vero oggi e il futuro non ispira mica tanto ottimismo.

I luoghi in cui è stato girato il film:
In Sicilia: Palazzo Valguarnera Gangi, Piazza Croce dei Vespri, Palermo (gran ballo); Ciminnà; Palermo; Piazza Donnafugata; Villa Boscogrande, Via T Natale 91, Mondello;
Nel Lazio: Ariccia; Palazzo Odescalchi di Bracciano; Palazzo Chigi a Roma; Villa Giustiniani-Odescalchi, Bassano Romano (Viterbo)

I brani composti da Nino Rota:
Titoli di testa / Viaggio a Donnafugata; Angelica e Tancredi; I sogni del Principe / Giovani eroi / Partenza di Tancredi / Amore e ambizione / Quasi in porto; Mazurka, Controdanza, Polka, Quadriglia, Galop, Valzer del commiato
Valzer Brillante ("Valzer Verdi") di Giuseppe Verdi, orchestrazione di Nino Rota

venerdì 29 dicembre 2017

Fëdor Šaliapin


 
Fiodor Ivanovic Scialiapin (Kazan 1873-Parigi 1938) è stato uno dei cantanti d'opera più famosi ed ammirati; oltre alla bellezza della sua voce di basso-baritono si parla ancora molto delle sue grandi capacità di attore, ben testimoniate dalle foto di scena e soprattutto dal suo Don Chisciotte in film, girato nel 1933 per la regia di Georg Wilhelm Pabst. Scialiapin fu coinvolto nella Rivoluzione: dapprima accolto trionfalmente, lasciò poi per sempre la Russia nel 1922, diventando sempre più celebre nei teatri europei e americani. I suoi dischi presentano una voce indubbiamente bella e un interprete notevole, anche se ascoltati oggi disturbano non poco le molte libertà che si prende rispetto alla musica così come è stata scritta; d'altra parte, va detto che queste "libertà" (spesso vere e proprie storpiature di Mozart, Verdi...) erano molto comuni in quei tempi e Scialiapin non era certo l'unico a prendersele. 
Del "Don Quichotte" di Pabst, girato in tre versioni (due in francese e una in inglese: si era agli inizi del sonoro e il doppiaggio non era ancora pratica comune, si preferiva girare ex novo il film) ho parlato qui già da tempo; la musiche sono di Jacques Ibert e l'interpretazione di Scialiapin è straordinaria ancora oggi. Il film è discontinuo ma ha sequenze da capolavoro assoluto, su tutte i mulini a vento e il finale (straordinario).
Prima del cinema sonoro, Scialiapin aveva già girato due film: "Ivan il Terribile" nel 1915 e "Aufruhr des Blutes" nel 1929.
"Tsar Ivan Vasilevich Groznyy" ha la regia di Aleksandr Ivanov-Gai, Scialiapin vi interpreta lo zar.
"Aufruhr des Blutes" ha la regia di Victor Trivas, oltre a Scialiapin (indicato nei titoli come "Fedor Salin") vi recitano Vera Voronina, Jan Sustak, Oskar Lepka; difficile trovare indicazioni su questo film.
Scialiapin ebbe un figlio attore, Feodor Chaliapine jr, nato nel 1905 a Mosca e morto a Roma nel 1992. Chaliapine jr ha al suo attivo ben 54 film, dal 1926 al 1992, tutti come caratterista. E' un volto che abbiamo visto spesso, magari senza memorizzarlo perché (come il padre) specialista nel cambiare volto e nel mascheramento fisico. Alcuni titoli dei suoi film, i più famosi: "Per chi suona la campana" (1943), La settima vittima (1943), Ziegfeld Folies, Arco di trionfo (sempre negli anni '40), Buffalo Bill (1965), "Roma" di Fellini (1972), "La colonna infame" di Nelo Risi (è il cardinal Federico), "Il nome della rosa" (1986), il Rossini di Monicelli (1991, interpreta il barone Rothschild), e molto altro ancora.
 

Scialiapin, Richard Tauber, Beniamino Gigli
 

mercoledì 27 dicembre 2017

Katia Ricciarelli


 
La prima volta che mi capitò di pensarci fu a metà degli anni '80 con un giornalista del TG2, Alberto Castagna, conduttore giovane e molto stimato delle principali edizioni quotidiane, che a un certo punto scelse di lasciare il mestiere per fare il presentatore di spettacoli leggeri, quiz e talk show, musica leggera. Poi capitò anche con altri, come Michele Cucuzza, tra i fondatori di Radio Popolare. Mi chiedevo, meravigliato, come mai si potesse abbandonare il giornalismo serio, come fosse possibile desiderare di diventare un presentatore, desiderare di essere un Pippo Baudo avendo davanti grandi persone come Enzo Biagi e Sergio Zavoli. Fare il giornalista era una professione era un mestiere importante, una missione civile, e invece questi qui lasciavano il giornalismo perché il loro desiderio intimo e segreto erano Canzonissima, il festival di Sanremo e i contenitori tv del pomeriggio. Per carità, ognuno fa le sue scelte e probabilmente i guadagni erano superiori, ma forse è da queste cose che ha avuto origine la deriva (e poi la degenerazione definitiva odierna) della professione giornalistica. Per fare un esempio recente, è difficile pensare a una Milena Gabanelli quarantenne che lascia Report per andare a presentare un talent show o l'isola dei famosi. Ma a questi giornalisti piaceva, ci tenevano, si sentivano realizzati così, mentre probabilmente nel fare il giornalista si sentivano in gabbia. Ammetto di essere ancora oggi molto perplesso in proposito.

 
La stessa cosa mi è successa, sempre a metà anni '80, con Katia Ricciarelli: che a un certo punto da soprano affermato e apprezzato in tutto il mondo scelse la via più facile della celebrità televisiva un tanto al chilo. Di fatto, la sua carriera di cantante terminò lì, con la notorietà televisiva seguita al matrimonio con un popolare e onnipresente presentatore di quiz e canzonette. Sulla vita privata niente da dire, ovviamente; ognuno fa le sue scelte. Sull'abbandono dell'opera, invece, per di più ancora molto giovane, qualcosa si potrebbe dire ma mi astengo (penso di aver già detto fin troppo). Era quello a cui aspirava, dunque: sognava Nilla Pizzi e Rita Pavone, ma le è toccato fare il soprano. Troppa fatica? Troppo impegno? Troppo sacrificio? Non lo saprò mai, e del resto non è certo a me che deve rendere conto delle sue scelte. Sta di fatto che Mirella Freni è ancora in attività a ottant'anni, così come accadde ad Elisabeth Schwarzkopf e a tante altre, la Ricciarelli invece (di loro molto più giovane) dai quarant'anni in su ha scelto di andare in giro per i talk show. Non resta ormai che prenderne atto, così è andata e pazienza.

 
Le registrazioni d'opera di Katia Ricciarelli, da www.imdb.com:
1974 "Un ballo in maschera" di Giuseppe verdi, con Claudio Abbado, Placido Domingo, Piero Cappuccilli, Reri Grist.
1976 "Simon Boccanegra" di Giuseppe Verdi, dal Giappone, dirige Oliviero de Fabritiis. Con Piero Cappuccilli, Nicolai Ghiaurov, Giorgio Merighi.
1979 "Luisa Miller" di Giuseppe Verdi, con Lorin Maazel, Placido Domingo, Renato Bruson.
1980 Live from Metropolitan, tv americana, brani da "Un ballo in maschera" di Giuseppe Verdi.
1980 "Carmen" di Bizet, come Micaela. Carmen è Teresa Berganza, don Josè è Placido Domingo, il direttore d'orchestra non è indicato.
1981 "Un ballo in maschera" di Giuseppe Verdi, dirige JeanClaude Casadesus, con Josè Carreras e Leo Nucci.
1981 "Tancredi" di Rossini, come Amenaide, con Marilyn Horne nel ruolo del titolo, dirige Ralf Weikert.
1982 "Lucia di Lammermoor" di Donizetti, da Vienna. Dirige Lamberto Gardelli, con Josè Carreras e Leo Nucci.
1982 "Falstaff" di Giuseppe Verdi al Covent Garden, dirige Carlo Maria Giulini, protagonista Renato Bruson, con Lucia Valentini Terrani e Barbara Hendricks.
1983 "Turandot" di Puccini, nel ruolo di Liù. Dirige Lorin Maazel, Turandot è Eva Marton, il principe è Josè Carreras
1986 "Otello" di Giuseppe Verdi, il film di Zeffirelli con Domingo e Justino Diaz.
Qui per Katia Ricciarelli termina la carriera di cantante d'opera, di fatto. Continuerà ancora a cantare, ma questo Otello segna un po' il confine tra la Katia Ricciarelli soprano e la Katia Ricciarelli che è venuta dopo.


I film come attrice Katia Ricciarelli li ha fatti tutti da ex cantante e da personaggio tv; molti titoli a partire dal 2001, quasi tutti per la tv tranne "La seconda notte di nozze" di Pupi Avati, con Antonio Albanese (2005).
Nel "Giamburrasca" del 2001 la Ricciarelli è mamma Stoppani; poi è in alcuni episodi del "Don Matteo" del 2004 accanto a Terence Hill. Seguono titoli come "Ma chi l'avrebbe mai detto" 2007, "Un dottore quasi perfetto" 2007, "Bianco e nero" 2008, "Carabinieri" 2008, "Gli amici del bar Margherita" 2009, "Il ritmo della vita" 2010, "Faccia d'angelo" 2012 (madre del boss), "La sedia della felicità" 2013, "Un matrimonio" tv 2013, "Un'amicizia" 2014, "Un passo dal cielo" 2011-2015, "Infernet" 2016.
Ammetto di essere poco o per niente interessato a questi telefilm, magari chi passa di qui se ne ricorda qualcuno.
 

 

domenica 24 dicembre 2017

Il Messia ad Alessandria d'Egitto


 
Un ricordo di Paolo Terni:
Ho goduto del privilegio di partecipare al rito forse più esclusivo della vita alessandrina: l’ascolto natalizio integrale in dischi del Messiah di Handel in casa del Comte Patrice de Zogheb.
La cerimonia avveniva nel tardo pomeriggio della vigilia. Si prendeva posto in un salone scuro, stretto e lungo, seduti di fronte a una sorta di pedana-palcoscenico, arredata da due grammofoni a manovella (detti pick-up), poggiati su due mobili uguali posti simmetricamente, ai due lati, gli altoparlanti rivolti al pubblico. Sedute, una per grammofono, ciascuna col proprio abat-jour a stelo, due creature britannicissime: magre, secche, scarpe nere con bottone di madreperla,« permanenti» fitte fitte, abito di sera imprimée (possibilmente con piccoli disegni bianchi su fondo bleu-marine), talvolta uno scialletto di angora. Disponevano, ciascuna, di una sedia Thonet nera e, a fianco, di un tavolino ottomano intarsiato ov’erano poggiati gli album con i dischi a 78 giri, ovviamente in doppia copia, una per tavolino.
A un certo punto il Conte - alto, magro e calvo - emergeva da non si sa dove per salutare i suoi ospiti dalla pedana. Solo in quel momento si potevano distinguere un po’ meglio, nella penombra, gli ospiti d’onore: due vecchissime persone, marito e moglie, poste anch'esse à pendant, uno di fronte all’altra, nello spazio tra il palcoscenico e la prima fila, in certe bergères a piccolo punto messe di traverso alle sedie, scomodissime, di noialtri ospiti ordinari. Lui era un lord irlandese, vecchio vecchio, elegantissimo, pallido e chino sulle mani giunte. Lei sembrava molto più vecchia di lui, sul punto di spegnersi, in tulle verde, collana di perle, truccatissima, un viso lievemente caprigno. Ci fu un cambio di luce: al buio gli ospiti; illuminate le due attendenti inglesi sul palcoscenico; due piccoli abat-jour suppletivi evidenziavano - in un diffuso chiarore roseo arancione - gli ospiti d’onore.
La procedura rituale era la seguente: mentre andava la prima facciata sul grammofono di sinistra, a destra, in piena luce, l’altra britannica vestale faceva girare una lucida manovella con gesto immaginatosi ieratico ma che non celava del tutto un che di rudemente sportivo, automobilistico o da regata navale. Dopo aver preso in mano il disco venivano inforcati occhialini dorati appesi al collo per controllare il numerino sull'etichetta prima del caricamento, Poi, agguantato il braccio metallico del grammofono e tiratolo verso destra, avviava il piatto. A quel punto rimaneva pochissimo tempo per poggiare la puntina - evitando rumori incongrui - e far partire il suono senza pausa, come finiva la prima facciata, curata dalla prima vestale sul primo grammofono. La continuità musicale era perfetta ma, calcolando in un’ora e mezza, più o meno, la durata del Messiah e in pochissimi minuti quella di una facciata di disco a 78 giri, è facile immaginare il numero iperbolico di queste operazioni.
E noi, seduti su seggiole lignee, marroni, striminzite, non sapevamo più dove guardate: se la miss esausta, momentaneamente adagiatasi sulla Thonet di sua pertinenza in apparente, provvisoria estasi musicale, o quell’altra, febbrilmente intenta alle mansioni che ormai conoscevamo a memoria e seguivamo in un clima di reale suspense. Il lord e consorte recitavano divinamente la massima trasfigurazione mistica con garbo e piccoli cenni di assenso che male riuscivano a celare - all’occhio perfidamente esperto - un concreto letargo.
Alla fine del primo tempo, prima della Pastoral Symphony, le porte in fondo al salone venivano fatte scorrere, rivelando un rude buffet, del tutto estraneo alle raffinatissime usanze alessandrine (e quindi assai deriso nelle conversazioni del giorno dopo), a base di caffellatte caldo e sandwich al formaggio cheddar o al prosciutto cotto.
Ripresa la cerimonia per il secondo tempo, a poche battute dall’avvio del Hallelujah!, gli incartapecoriti ospiti d’onore si alzavano in piedi assumendo una postura regale: assai volgare invece il disordinato tramestio, come a Messa, di tutti gli altri. Debbo confessarlo: quel solenne e forse un po’ ridicolo atto reverenziale mi impressionò alquanto e mi procurò un brivido di commozione. Era una manifestazione formale di rispetto per una partitura musicale e solo per essa: quale altro gesto così preciso e allo stesso tempo così astratto possiamo invocare in onore della musica? Era facile peraltro il paragone con quel doversi alzare, tra annoiato e distratto, all’inizio di ogni spettacolo cinematografico, alla proiezione dell'immagine sbiadita - color seppia - del giovane re Faruk e al suono di una marcia reale delle più improbabili, improntata com’era all’andazzo delle peggiori operette italiane cui si era maldestramente ispirato l'italianissimo compositore.
(Paolo Terni, numero diciannove da "In tempo rubato", ed. Sellerio)

 
(lo storico della musica Paolo Terni crebbe ad Alessandria d'Egitto, ai tempi di re Faruk, quando in quella città esisteva ancora un numerosa comunità cosmopolita)
 
 
(dall'alto: un dipinto di Lecomte Vernet; due pubblicità di trent'anni precedenti ai ricordi di Paolo Terni - ma è probabile che il grammofono fosse quello; un fotogramma dal film su Delius con regia di Ken Russell; un dipinto di George Harcourt)